Smetti di leggere e guarda le figure
“Smetti di leggere e guarda le figure”: bello, serve anche a me, lo prendo.
Ma di questa intervista su Rolling Stone ci sono tante cose da prendere, ognuno si serva!
La prof. Maugeri si smolla
Negli anni Zero è stata maestrina del rock, vegana impegnata, quella di cui Piero Pelù diceva: “È brava, deh… Però nun la dà”.
Ma qualcosa è cambiato (sarà la maternità), e Paola Maugeri si offre a “RS” in versione burlesque
Testo Paolo Madeddu
Foto Maurizio Camagna

Spiegami la svolta burlesque.
“Guarda, queste foto sono un forte statement politico da parte mia”.
Dovevo immaginarlo.
“Ho quasi 40 anni, allatto da due e mezzo e voglio dimostrare che ciò non impedisce di avere belle forme e stare bene. Voglio dirlo alle ragazze che temono di rovinare il seno facendo figli: le tette servono a quello! Seguire la natura regala un’energia bella e giusta: io mi sento in forma come non mai”.
Allatti tuo figlio da due anni e mezzo?
“Credo nell’allattamento prolungato, nel sonno condiviso, e in altre cose contestate da una società che non si chiede come mai, con la sua fretta di svezzare e rendere autonomi i bambini, questi poi faticano a staccarsi da casa a 35 anni. È che le cose che ti sono mancate da piccolo, le inseguirai tutta la vita”.
Parlando di cose che ti sono mancate. Tu hai sempre dato questa idea di serietà, insolita, in chi si occupa di rock & roll.
“Antonio Marano, ex direttore di RaiDue, mi disse: devi smettere di parlare a quelli come te, quelli che “sanno di cosa stai parlando”. Aveva ragione, avevo la tendenza a fare nicchia, a sentirmi alternativa perché venivo dai centri sociali. Il mio attuale manager mi ha svelato: “Non me la sentivo di contattarti perché leggevo: la Maugeri vegana, la Maugeri animalista, la Maugeri stop alla povertà – e che palle!”. Mi dice sempre: smetti di leggere, guarda le figure. Forse ora è venuto il momento di lasciarmi andare un attimo, di divertirmi. Anche se non rinuncerò alle cose in cui credo: sono stata scelta come ambasciatrice per la campagna dell’Unione Europea Play 4 Climate. Hanno scelto personaggi che potessero spiegare ai giovani come ridurre l’impronta ecologica. E io uso una borsa di tela, scarpe di seconda mano, da quando sono mamma cerco di convincere le madri a usare i pannolini in tessuto e non artificiali – lo sai che degradano dopo 500 anni, ti rendi conto?”.
Ok, sei ancora seria. Ma il periodo blu? I capelli blu, intendo. Non era certo un basso profilo.
“Era come girare con un faro sulla testa. Salivo sul tram e tutti: “Guarda chi c’è!”".
Come mai tanta serietà nel bel mezzo dello showbusiness?
“La mia priorità era: essere professionale. Ma quando andai a intervistare gli U2 a Dublino, passai cinque giorni in albergo a prepararmi. Mentre c’era un dj della tv tedesca che si è ubriacato tutto il tempo e ha fatto un’intervista disastrosa, però gli U2 erano molto divertiti e io ho sempre avuto una latente invidia… La mia esperienza più bella in questo senso è stata con Chris Martin dei Coldplay: siamo finiti a ballare il tango al circolo Arci Bellezza di Milano. Però fu lui a chiedermi di fare un giro, io non glielo avrei mai proposto. Lui mi disse: “Non preoccuparti, se un personaggio pubblico si fa notare per strada, è perché lo vuole”".
Martin all’Arci a ballare il tango è persino oltre il rock & roll. Hai avuto storie con musicisti?
“No. È quasi incredibile. Ci hanno provato. Magari per attitudine, tipo Steve Tyler che mi disse: “Se vuoi intervistarmi, accomodati sulle mie ginocchia”. È che se ci vai a letto finisce l’amicizia: tanto lo sai che non ti ci fidanzi, con Tyler o Martin. E amicizia e stima sono più appaganti nel lungo periodo, perché quando vengono a Milano ti chiamano, vogliono chiacchierare o farsi intervistare perché si fidano”.
Qualcuno ti ha deluso?
“Intervistai Ben Harper per il suo primo album: fu adorabile. Ora se la tira da star, risponde con l’aria annoiata. E Lenny Kravitz, che aveva questa fidanzata modella che insisteva per andare a fare shopping, e lui era distratto, dava risposte banali”.

Altro che groupie • Paola Maugeri è nata a Roma il 23 maggio 1971. Giornalista e conduttrice tv, è la voce di punta di Virgin Radio, dove racconta le storie dei più importanti gruppi rock di sempre.
Hai mai avuto paura che lavorando in tv, prima o poi qualcuno ti dicesse: “Tu sei brava, ma c’è questa ex letterina di 20 anni che è molto lanciata…”.
“Vuol dire che il programma non fa per me a prescindere. Io ho scelto questo mestiere per la musica, per avvicinare chi la fa. E so di poterlo ancora fare. Scalo 76 mi ha lasciato la sensazione che si possa ancora far passare buona musica in tv. C’era intrattenimento ma anche interviste, musica live, cose tipo Marlene Kuntz e Francesco Renga che cantavano Impressioni di settembre. La musica fa parte della cultura di cui questo paese ha bisogno, e di cui hanno bisogno i ragazzi: lo vedo dalle email che mi scrivono, dal fatto che il mio programma su Virgin Radio è scaricato da 90mila persone ogni mese. Per questo sto lavorando a un nuovo progetto con Simona Ercolani, autrice di Sfide“.
Una specie di Storytellers?
“No, quello non può tornare perché è finita un’epoca di Mtv. Non parlerò mai male di Mtv perché è stata la mia casa per anni: intendo dire che ogni cosa corrisponde alla sua epoca. Come la musica. L’altro giorno ascoltavo i Buffalo Springfield, e pensavo: questi non facevano canzoni pensando al fatto che il ritornello doveva arrivare dopo un minuto e mezzo altrimenti la radio non li passava. Questi componevano quello che sentivano dentro. Non è un caso se i ragazzi oggi ascoltano cose di 40 anni fa, come i Rolling Stones. Sarebbe come se io e te a 15 anni avessimo ascoltato il Trio Lescano”.
Se posso permettermi, c’è anche il fatto che pure le radio di buona volontà come Virgin suonano più dinosauri che contemporanei.
“Forse il saldo è più a favore dei grandi classici del rock che non dei gruppi attuali, ma li passiamo. Sui gruppi contemporanei c’è più discussione, tanta gente ad esempio non sopporta i Linkin Park che però sono figli del loro tempo e adatti ai ragazzi di oggi”.
Come ti vedi tra 20 anni?
“Coi capelli bianchi come una Baba cool del rock ancora pronta a entusiasmarsi. E fiera di mio figlio 20enne che mostra ai compagni della sua band le vecchie foto di sua mamma su Rolling Stone“.
Rovesciare questa civiltà
Se devono essere delle tette a farlo….
almeno che sia nel MODO GIUSTO!!!
(Grazie Heather, you’re great!)
DOVE SONO SPARITA?
È un po’ che latito da questo mio blog, che – non ridetemi addosso – di solito visito quasi tutti i giorni. Mi piace il bluebird, e mi piacerebbe scrivere qualcosa al volo come fa Weissbach, ma non ho il suo dono della sintesi e inoltre se anche usassi termini come “Zeitgeist” (una ragazza per bene come me!!) come minimo metterei il link a wikipedia, mica posso contare su qualcuno che mi fa i sottotitoli, io.
A parte il lavoro – Brunetta fa di tutto perché noi statali consideriamo lo stipendio come un risarcimento psicologico per le sue offese e vessazioni varie, ma ancora me ne metto per il bene dei miei bambini di scuola – sono stata impegnata su più fronti rispetto alle mie attività di volontariato.
Vorrei che i miei 4 lettori sapessero che:
1. LE DONAZIONI DI LATTE ARTIFICIALE AD HAITI SONO DANNOSE E/O INUTILI.
2. Se avevate delle motivazioni per boicottare la Nestlè, ho una notizia: potete cominciare a boicottare anche la Danone. Leggete qui, non c’è più freno…
3. Sono comparsi in rete articoli che asseriscono che “L’allattamento al seno non è migliore di quello artificiale”, ne ho citato uno ma diversi giornalisti hanno riportato la notizia senza informarsi. Mike Brady di BabyMilkAction ha commentato, leggetevi la traduzione dei post in cui smantella le argomentazioni della ricerca citata e del pessimo giornalismo che interpreta alla carlona…
Vabbè, sono monotematica… ah, oggi ho vissuto questa bella esperienza.
Alla prossima!!!
AGGIORNAMENTO DEL 24 /01:
5. Articolo su Gioia, che non ho commentato. Grazie anche ad Anita e Beatrice per questa presa di posizione e risposta. Vorrei poter linkare qui anche i commenti che mi sono piaciuti di più: quelli equilibrati di Sara Cosano, ad esempio, ma anche altri. Non si tratta di non essere ironiche o lievi, noi mamme che veniamo tacciate di talebanesimo. Si tratta di mettere le donne le une contro le altre, che è sempre una cosa brutta, e triste (che non fa ridere). Chi ama tanto l’ironia dovrebbe aver capito che quella che ha più valore di tutte è l’auto-ironia, e che il suo valore massimo è prendersela col “potere e le sue declinazioni oppressive”, non con chi si fa i suoi.
Filed under Allattamento al seno, Pirati&Ladroni | Comment (0)Non vogliamo offendere nessuno, eh?
In questi giorni a Padova si sta svolgendo il 65° Congresso della SIP (Società Italiana di Pediatria). Forse per non hanno voluto offendere nessuno: hanno accettato come sponsor tutte le ditte produttrici di alimenti per l’infanzia, di farmaci pediatrici, di articoli connessi con l’alimentazione infantile, o la cura del bambino.
O forse, pensando a chi mette in dubbio che un medico possa rimanere “libero” da pressioni, simpatie, propensioni dopo queste sponsorizzazioni, hanno pensato: “tutti sponsor, nessuna preferenza”. Sì, magari è così.
Peccato che latte materno, creatività e buon senso, riutilizzo dei pochi oggetti veramente utili, non sponsorizzino questi convegni.
P.S. Grazie a Monica per la segnalazione!
Filed under Allattamento al seno, Pirati&Ladroni | Comment (1)Ted Kennedy e il Codice
di Adriano Cattaneo,
dalla mailing list di IBFAN Italia
Filed under Allattamento al seno, Persone, Pirati&Ladroni | Comment (1)Carissimi/e Ibfaners e simpatizzanti,
avrete sicuramente letto e sentito molte notizie riguardanti le cose belle e meno belle che Ted Kennedy ha fatto nella sua lunga vita politica. Ma, per quanto ne so, nessuno ha ricordato le cose che interessano a noi. Ne approfitto e lo faccio io, perché conoscere la nostra storia è importante.
Ted Kennedy è stato il politico americano che, nella seconda metà degli anni ’70, ha raccolto la voce di alcune suore missionarie che, dai paesi dell’America centrale, ma riallacciandosi anche a quanto altri (missionari e non) vedevano in Asia e in Africa, denunciavano l’enorme e tragico numero (pochi anni dopo l’Unicef lo avrebbe stimato di circa 4 milioni l’anno!) di bambini che morivano, soprattutto di diarrea, polmonite e denutrizione, a causa dell’abbandono dell’allattamento al seno in favore del latte artificiale.
Sensibile a questo richiamo, il senatore Ted Kennedy chiese la creazione di una commissione del Senato USA che indagasse queste denunce, e ne fu il presidente. Come tale, coordinò le relative indagini e intervistò tutte le parti in causa: le suore, esperti in nutrizione e salute pubblica, altri politici, rappresentanti di ONG ed altre organizzazioni, rappresentanti dell’industria. Famosa l’audizione, che Ted Kennedy diresse, dell’allora presidente di Nestlè, tale Helmut Maucher, che sudando cercava di arrampicarsi sugli specchi, facendo una figura barbina nel tentare di rispondere alle domande di Ted Kennedy (il tutto è filmato e credo ancora visibile in qualche documentario)*.
La commissione presieduta da Ted Kennedy concluse che vi era una specifica responsabilità dell’industria in quei milioni di morti, responsabilità legata soprattutto alle strategie e all’estensione del marketing e della pubblicità. Diede perciò vita all’idea che fosse necessario un qualche tipo di regolamentazione del marketing. L’idea fu ripresa dall’Unicef e dall’OMS, che misero in piedi il gruppo tecnico che discusse e redasse le varie bozze del Codice Internazionale. I lavori si conclusero nel 1980 e, come sapete, il Codice fu approvato il 21 maggio 1981 dall’Assemblea Mondiale della Sanità. Ma il vento politico negli USA aveva cambiato direzione: tutti i lavori preparatori, con l’appoggio di Ted Kennedy, avevano avuto luogo sotto la presidenza Carter. Al momento del voto, il 21 maggio 1981 a Ginevra, la presidenza USA era nelle mani di Ronald Reagan, che ovviamente fece astenere il suo delegato. Fu così che gli USA, assieme alla Somalia, furono gli unici due paesi a non votare il Codice, che pure aveva visto la luce, si può dire, proprio negli USA (anche se le denunce più famose dei danni causati dal latte artificiale erano uscite anni prima in Inghilterra: è del 1974 la pubblicazione di The Baby Killer, e addirittura del 1939 la denuncia della pediatra Cicely Williams; ma queste denunce non avevano dato vita all’idea di una regolamentazione del marketing).* parte del video è visibile qui
Quello che le mamme non dicono
Ho scritto questo post dopo aver letto quello di Serena: “Quello che non vi dicono sull’allattamento”, che mi è piaciuto molto e che ha messo in moto in me tutta una serie di considerazioni, emozioni, ricordi che tento qui di condividere, caso mai servisse a qualcun altro oltre che a me.- Come forse alcuni dei miei 5 lettori sanno, faccio parte di una associazione di mamme a sostegno dell’allattamento. Sono stata una mamma allattona ad oltranza (3 anni e 9 mesi), una di quelle che altri definiscono “talebane” dell’allattamento.
- Ho letto diversi libri, ho partecipato a diverse formazioni, di base e più approfondite. E mi sono spesso confrontata con altre mamme o con operatori sanitari in merito alle diverse situazioni in cui può venire a trovarsi una mamma alle prese con l’allattamento – la cosa certo più naturale, ma una tra le meno immediate, facili, istintive: è ormai lontana quell’alba dell’uomo in cui gli istinti modellavano ancora il comportamento umano. La cultura è la nostra natura, e la cultura occidentale del I mondo non è una cultura dell’allattamento: è una cultura del biberon.
- Quando sono diventata mamma, ormai 7 anni e mezzo fa, una parte di me è tornata ad essere bambina. Detto meglio: improvvisamente si è aperta una porta di accesso all’Anna piccola, che di quel periodo non ha ricordi, e per la quale i ricordi e i racconti altrui sono diventati insufficienti, frammentari, incapaci di rispondere alle mie nuove domande di madre-neonata.

- Chi mi accudiva?
- Dopo quanti giorni mia madre è tornata al lavoro?
- Dove e quanto dormivo?
- …
- Mentre trovavo risposte (a volte per me sconvolgenti) a queste domande riguardo al mio passato, dovevo trovarle rispetto al mio presente. Soli in un’altra città, io e mio marito non avevamo aiuti – soprattutto psicologici – di alcun tipo. Io mi sentivo orfana, e mio marito doveva tornare al lavoro così come aveva dovuto fare molto presto mia madre dopo la mia nascita. Lavorava a 70 km di distanza quindi io dalle 7 del mattino alle 8 della sera ero completamente da sola con mio figlio, un gran ciuccione che voleva il latte di frequente, e in più era inverno, quindi anche le passeggiate erano un problema visto il freddo, la nebbia, la difficoltà ad allattare al volo sotto strati di vestiti. Non parliamo delle notti: convinta che fosse male tenerlo in camera e allattarlo a letto, mi alzavo per allattarlo in divano, dove mi addormentavo sfinita e mi svegliavo di soprassalto con lui che rischiava di cadermi dalle braccia; lo rimettevo nella culla e dopo 15 minuti lui era già sveglio.
-
Forse perché ero talmente sola a dover interpretare ogni suo comportamento, ogni pianto, ogni mancanza di ritmo… dopo un poco mi sono sentita l’unica in grado di farlo e sono entrata come in simbiosi con il mio bimbo. Avevo faticosamente trovato il mio modo di gestire la situazione, e tutti i consigli, le proposte diverse, i possibili confronti li sentivo come minacce: il mio equilibrio era troppo precario per mettermi in discussione, le interpretazioni diverse le vivevo come critiche, e per sopravvivere ho chiuso fuori ogni ingerenza (e, assieme, ogni possibilità di aiuto). - Per me l’”ora d’aria” era avere qualcuno con cui scambiare due chiacchiere mentre allattavo o mentre il bimbo dormiva, la lontananza fisica da mio figlio mi metteva in ansia e stavo male solo a pensare che non lo sentivo se si svegliava o metteva a piangere. Invece chi mi veniva a trovare mi proponeva di tenermi il bambino mentre me ne andavo da qualche altra parte (ma dove???) e, passati 2-3 mesi, ero accusata di non essere una buona madre perché non lo “mollavo” a nessuno e quindi l’avrei reso troppo dipendente da me.
- Ci ho messo anni ad elaborare che è stata dura per entrambi (me e mio marito) soprattutto perché non avevamo chiare le reciproche aspettative e poi perché abbiamo vissuto a riguardo una sorta di incomunicabilità in cui comprendere l’altro avrebbe significato guardare in faccia il fatto che non eravamo in grado di soddisfare queste aspettative, che ci eravamo delusi a vicenda, che non ne eravamo stati all’altezza pur avendo fatto tutto il nostro meglio.
- Ovviamente queste reciproche aspettative erano il frutto di una complessa elaborazione tra le nostre storie individuali, i nostri caratteri, la nostra storia come coppia, e la cultura circostante che più o meno a forza impone certi ruoli/atteggiamenti/sentimenti alla madre e al padre. Anche chi si conosce bene e ha imparato a comunicare in modo efficace fa fatica, in una dimensione altamente emotiva come la neo maternità/paternità, a riconoscere in sé e nell’altro ciò che viene da dentro, ciò che è imposto da fuori e quale interpretazione dare ai propri vissuti e a quelli altrui.
- Sono convinta che se avessimo un altro figlio ora sarebbe molto diverso anche alla luce dell’esperienza passata, ma che rispetto alla nostra situazione di allora io sono stata brava a non aver messo su una depressione post-parto e mio marito a non aver fatto le valigie.
- L’allattamento, nella nostra particolare situazione, che parte ha avuto?
- Senza dubbio è stata un’opportunità, uno strumento, per vivere la maternità nel modo in cui io – ma credo anche Alle, visto che se ne è staccato dopo i 3 anni – avevo bisogno di viverla. Se non fossi riuscita ad allattare avrei certo amato ugualmente mio figlio con la stessa intensità, ma credo che l’avrei vissuto come un fallimento personale o con una gran rabbia nei confronti di chi mi avesse ostacolato.
Allattare era non la causa, ma l’espressione e la conseguenza del mio legame con mio figlio, un vincolo che io non ho vissuto come qualcuno ha definito ‘schiavitù’ ma come il modo in cui io avevo scelto di essere madre (un modo molto diverso da quello scelto da mia madre, e che sicuramente mi ha riscattato come figlia e mi ha riappacificato con quella parte ‘piccola’ di me). - Non so se, nel chiacchierare con altre mamme, ho passato un giudizio nei loro confronti esternando il mio allattamento riuscito e convinto, il mio stile di maternage, la mia ansia nel separarmi dal mio bambino. Perché ammetto che in cuor mio le mamme molto diverse da me le giudicavo.

- Giudicare (cioè attribuire un valore, ‘più’ o ‘meno’, ad una diversità) è stato un modo per non sentirmi a mia volta giudicata. Ulteriormente giudicata, perché ovviamente anch’io ho avuto tutta la mia dose di commenti volti a svalutare le mie scelte, ad attribuirmi la colpa di presenti e future sventure di entità più o meno mondiale, di creare problemi a mio figlio a breve e lungo termine, di non volermi mettere in discussione.
- Leggendo il post citato all’inizio, ho chiuso il cerchio.
- Ho colto una profonda comunanza del mio sentire e di quello delle altre donne che sentivano così diversamente da me: la comunanza del silenzio, come Maria che “serbava tutto nel suo cuore”, il lasciar parlare le nostre azioni senza esternarne le scelte sottostanti.
- La comunanza del sentirci fragili, attaccabili, messe in discussione invece che ascoltate, accolte, sostenute nel nostro difficile percorso, reso sempre più difficile in questo mondo dove vige tutto e il contrario di tutto e dove sbagliare non è umano.
- Dovremmo rompere questo silenzio, non sentirci nemiche tra noi nelle nostre diverse storie e scelte. Raccontarci e raccontare cosa vuole dire essere mamme, a beneficio delle future mamme ma soprattutto di noi stesse. Se anche gli altri non ascoltano, forse ci basterebbe, per iniziare, ascoltarci le une con le altre.

(le immagini sono di Maitena)
Filed under Allattamento al seno, IO | Comments (10)Una pezza sulla tetta
Tutta Italia ha saputo della mamma che è stata invitata dal direttore del family hotel dove era in villeggiatura ad allattare in una saletta appartata, anziché nella sala ristorante – la notizia è qui. (Come spesso accade, si capiscono un sacco di cose soprattutto leggendo i commenti).
In un gruppo yahoo di cui faccio parte leggo all’ora di pranzo: “Su Radio 24 alle 8.30 parlano della Settimana Mondiale per l’Allattamento al Seno”.
Bene, sto curando l’impaginazione e la traduzione di alcuni documenti della SAM, quindi aspetto nel pomeriggio che mettano on-line la rubrica “24 Mattino” di oggi.
La presentazione dell’argomento sul sito di Radio 24 recita:
Allattamento al seno
Mentre alcuni fatti di cronaca recente hanno portato alla ribalta il tema dell’allattamento al seno, inizia domani la Settimana Mondiale per l’allattamento al seno promossa da UNICEF e dalla World Alliance for Breastfeeding Action (WABA). Ospitiamo ai nostri microfoni la prof.ssa Lucetta Scaraffia che ieri, su Il Riformista, ha scritto un’interessante editoriale dal titolo “Il seno censurato soltanto se allatta”. http://worldbreastfeedingweek.org
Innanzitutto cerco l’editoriale citato, che – curiosamente – non trovo sul sito ilriformista.it, ma su finesettimana.org, una rubrica di Percorsi su fede e cultura, che pubblica un pdf dell’editoriale citato.
Lo leggo, e anche se non dice nulla di particolarmente illuminato (ma forse sono io che sull’allattamento ne ho lette tante…) non mi sembra nemmeno contenere scorrettezze; forse un po’ di generalizzazione, di statistica fatta in casa guardando la dirimpettaia e le riviste che legge la sorella, ma anch’io ho le mie statistiche personali e dunque non voglio scagliare pietre.
Bene, arrivo all’intervista: è qui, e la parte sull’allattamento inizia al minuto 27:30 per concludersi circa 7 minuti dopo. La cronista parte subito citando il caso della mamma allontanata dal ristorante e introducendo la prof. Scaraffia – docente di storia contemporanea – che dà una lettura culturale del fatto (“Il gestore, sorpreso da un gesto che non vedeva da tempo, ha confuso la sorpresa col disagio”) e auspica, in materia, un cambiamento culturale.
Fin qui tutto molto in linea con l’editoriale, che tra l’altro conclude che “Siamo arrivati ad avere paura dell’amore materno, della nostra comune appartenenza al genere umano”.
Continua poi dicendo che “Molte donne, anche se fanno un figlio, riducono l’allattamento al seno a pochi mesi, perché pensano che è un sacrificio, perché lega il bambino: non c’è libertà dal bambino che per pochissime ore…”. Al che la giornalista la interrompe offrendo un altro punto di vista: “Credo che non sia soltanto una convinzione della madre, ma sia anche una pressione culturale: i tempi del lavoro, i tempi della vita, i tempi del rientro sul posto di lavoro…”.
La Scaraffia puntualizza, però: “In Italia tutte le mamme hanno 3 mesi [di astensione obbligatoria dal lavoro] dopo la nascita del bambino, quindi almeno 3 mesi potrebbero allattare… una può anche allattare di più, notoriamente: 6 mesi“.
Non è chiaro da dove giunga quel “notoriamente”: notoriamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia 6 mesi di allattamento esclusivo e poi, insieme all’alimentazione complementare, di continuare 2 anni o più.
Sarebbe stato interessante avere la fonte di quel “notoriamente”, dal momento che per tutti coloro che hanno ascoltato l’intervista alla radio quella è diventata una fonte. Già adesso una che allatta a 9 mesi viene accusata di delitti contro l’infanzia, ci manca solo il dare appiglio a colleghi, suocere, fruttivendoli vari che ora potranno dire che “notoriamente” si può allattare anche 6 mesi, ma non di più, eh?! L’hanno detto anche alla radio.
Continua: “Però in quei 3 mesi una donna è schiava del suo bambino, in un mondo in cui un individuo deve essere libero, che la libertà individuale viene considerata il valore massimo, in quel momento una donna è invece schiava del suo figlio”. Si può ipotizzare che la prof.ssa Scaraffia sia favorevole all’allattamento al seno e che – forse – abbia voluto dare una lettura provocatoria. Le lascio il beneficio del dubbio.
Ma i termini usati – “è” invece che “è vista come”, la parola “schiava” quando ci sono molti termini positivi su quello che lei stessa nell’editoriale ha chiamato amore materno (legame, attaccamento, bonding) – questi termini parlano chiaro: l’allattamento al seno è una schiavitù.
Se la Scaraffia voleva sostenere le mamme che scelgono di allattare (e che ci riescono nonostante ospedali nemici dei bambini, operatori che ne ignorano l’ABC, parenti amici datori di lavoro direttori di albergo che non sostengono od ostacolano) beh, non l’ha fatto.

- Schiavitù femminile nel XXI secolo.
Immagine tratta da qui.

Immagine tratta da qui.
La giornalista passa al caso di Vancouver, con cui chiude l’articolo (e forse, in cuor suo, ha voluto chiudere la bocca della professoressa). Provando a mettere una pezza, forse.
Tra l’altro, nessun riferimento alla settimana mondiale per l’allattamento al seno, che in molti Paesi europei non si tiene in agosto ma dal 1 al 7 ottobre.
Filed under Allattamento al seno, Diritti & Doveri | Comments (2)Allattare dopo un terremoto: è possibile, ed è importante
Consiglio vivamente questo articolo di Angela Giusti:
“L’alimentazione infantile nelle emergenze”
Filed under Allattamento al seno | Comment (1)Come fare danni raccogliendo consensi
Nel “Decreto Anticrisi”, recentemente passato alla Camera e in attesa di essere approvato definitivamente il 26 gennaio al Senato, è anche prevista la fornitura di latte artificiale gratis per i primi 3 mesi di vita del lattante alle famiglie indigenti (stessi criteri della “social card”) e come bonus, anche pannolini gratis.IBFAN Italia si è fatta promotrice di una lettera di dissenso, e sta raccogliendo adesioni, sia di associazioni che individuali, sul sito
http://nolattegratis.altervista.org
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Cesenatico 18.10.08: i miei appunti del Convegno – 1
Mentre ieri Alle faceva l’esploratore, io ero a Cesenatico, ospite dell’Associazione Parti Con Noi, al convegno dal titolo “Mano nella mano …per una rete di sostegno all’allattamento” organizzato anche dal MAMI e da diverse mamme e operatori che si occupano di sostegno-protezione-promozione dell’allattamento al seno. Questo post (e gli altri che seguiranno) vuole essere una specie di diario della giornata di ieri, il mio personalissimo punto di osservazione e interpretazione e il mio vissuto della giornata di ieri. I miei appunti, i miei commenti insomma. Che condivido con chi ha voglia di leggerli (che ci sia stato oppure no).
Disclaimer: può darsi che io riporti delle inesattezze – ciò è dovuto al fatto che la memoria è una facoltà del pensiero influenzata da emozioni e sovrastrutture cognitive varie. Quindi non prendete per “vero” quello che scrivo qui: è solo la mia versione… Per cose più affidabili aspettiamo che escano gli atti del convegno
Mano nella mano
Quando ho visto per la prima volta la bozza del volantino, mi sono chiesta come mai fosse stata scelta la foto dei due bambini che escono dal bosco. Foto bellissima, ma che a me non sarebbe venuto in mente di utilizzare in occasione di una SAM (con tutti gli spunti che esistono già belli e pronti per le SAM) e per un convegno sul mettere in rete i soggetti coinvolti nel “mondo” dell’allattamento al seno.
Poi Silvia Furani di Parti con Noi ci ha raccontato la storia di quella fotografia (e la storia nella storia: a lei l’aveva donata un amico che è mancato quest’anno), e le sono grata sia della scelta che del racconto. Il fotografo che l’ha scattata è stato un importante reporter di guerra, il suo nome è Eugene Smith. Silvia ci ha mostrato una foto scattata prima di essere colpito dalla scheggia di una bomba in Giappone, che ferì gravemente Gene Smith, tanto che per 2 anni subì diverse operazioni e non fu in grado di scattare foto. Singolare il fatto che mostri un bambino…
… La prima foto scattata durante la convalescenza è quella del convegno. I bambini ritratti sono i figli di Smith che, mano nella mano, escono dal buio del bosco verso la luce. Il titolo che Smith dà a questo scatto è “A Walk to Paradise Garden”.
Forse quello che possiamo augurarci da questo convegno è che sia l’inizio di un cammino (o meglio: un’altra tappa del cammino) che porterà bambini e famiglie verso un miglioramento delle condizioni di salute e di vita.
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Sì, perché oggi ho anche avuto la bella sorpresa di vedere stampato il Codice Violato 2008… un documento che troppe poche persone conoscono nelle edizioni precedenti (2001 e 2004), e che mi auguro che raggiunga gli operatori ma soprattutto le mamme… La consapevolezza di certi meccanismi non può impedirli del tutto, insomma non è una condizione sufficiente, ma la ritengo senz’altro condizione necessaria per non continuare ad essere prese per i fondelli dai 40 ladroni.
Filed under Allattamento al seno, Pirati&Ladroni, Strada | Comment (0)





