13 dicembre

dicembre 13th, 2009

1984-85senale

Ragazzi miei, rimango qui ancora un poco
poi me ne andrò e allora voi mi cercherete
ma non vi lascerò.
Sarà con voi Qualcuno che vi saprà consolare
lui vi guiderà alla Verità.
Ed ecco che or vi do il mio comandamento:
Amatevi così come ho amato voi.
Se vi amerete io resto ancora
come una volta in mezzo a voi.

Perché si turba il vostro cuore? non siate tristi.
Credete a me: è meglio che io me ne vada
ma ritornerò.
Ed ecco che or io vi do il mio comandamento:
Amatevi così come ho amato voi.
Nel mondo avrete solo dolore
ma non temete, ritornerò.

Buon compleanno, don!

Risolvere problemi

gennaio 5th, 2009

Non voglio scrivere un post filosofico-teleologico sui problemi della vita.

Qualche sera fa parlavamo in famiglia del metodo educativo scout, dell’importanza della vita al campo priva di comodità nel contesto di un setting educativo in cui a questo “sapersela cavare” viene dato un senso che non è fine a se stesso.

metodo_ombre

Mi ricordo le tante attività in cui ci venivano posti tutta una serie di “problemi” per risolvere i quali avevamo come risorse delle conoscenze tecniche specifiche (dalla topografia all’arte di fare nodi alla misurazione con le spanne o i passi alla comunicazione a distanza usando il Morse con una pila…).
Ma la cosa più importante era usare la testa.

Mi ricordo che quando ero capo (educatrice) dei ragazzi di 11-16 anni facemmo una caccia al tesoro e che una delle prove era misurare la lunghezza di un tavolo. Ovviamente i ragazzi non avevano a disposizione righelli o metri, e noi davamo per scontato che avrebbero usato le spanne (ognuno dovrebbe sapere quanto misura la propria spanna).
F., che ora è un giovane brillante psichiatra, arrivò subito con una risposta precisa al millimetro.
Nell’aprire il suo quaderno per verificare quanti cm. misurasse la sua spanna, aveva avuto l’idea di misurare il tavolo con un foglio del quaderno, a quadretti di 5mm.
Gli altri ragazzi provarono a far squalificare il suo risultato, ma non era stato raggiunto in modo sleale, non era stata infranta alcuna regola, e tutti avevano gli stessi strumenti che aveva F., solo che nessuno aveva avuto la sua idea… quindi lui vinse la prova. Fu una prova anche per me come educatrice, perché stabilire se davvero non era stata infranta alcuna regola del gioco mi richiese una certa elasticità mentale (che prima di fare un figlio non avevo come adesso).

Nel libro che sto leggendo ora è riportata questa storia:

Un po’ di tempo fa, mi capitò di ricevere una telefonata da un collega che mi chiedeva se potevo fare da giudice per quanto riguardava una domanda d’esame. Il problema consisteva nel fatto che il mio collega era intenzionato a dare zero a uno studente per una risposta a una domanda di fisica, mentre lo studente reclamava di meritare un buon voto. Il docente e l’allievo decisero di sottoporre la questione a un arbitro imparziale e scelsero proprio me.
Andai nello studio del mio collega e lessi la domanda d’esame: «Descrivete come è possibile misurare l’altezza di un alto edificio servendosi di un barometro». La risposta dello studente fu: «Si trasporti il barometro sulla sommità dell’edificio, lo si attacchi a un’estremità di una lunga corda, lo si cali giù fino a quando tocchi il suolo, quindi lo si ritiri su misurando la lunghezza della corda. la lunghezza della corda è uguale all’altezza dell’edificio». Questa è indubbiamente una risposta molto interessante, ma è sufficiente per la promozione? Io feci osservare che lo studente poteva a buon diritto essere promosso, poiché aveva risposto alla domanda esaurientemente e correttamente. D’altra parte la promozione gli sarebbe servita per conseguire con un buon punteggio il diploma del corso di fisica: il diploma dovrebbe certificare una buona conoscenza della fisica, ma la risposta data non sembrava sufficiente a provare questa conoscenza. Suggerii, perciò, di dare allo studente un’altra opportunità. Non fui sorpreso dal fatto che il mio collega aderisse a questa proposta, ma mi sorprese il fatto che vi aderisse lo studente.

Secondo l’accordo, diedi allo studente sei minuti per rispondere, con l’avvertimento che la risposta doveva dimostrare qualche conoscenza di fisica. Siccome alla fine dei sei minuti non aveva ancora dato risposte, chiesi allo studente se voleva ritirarsi, ma egli mi rispose che non intendeva affatto e che, avendo in mente molte risposte, stava ancora pensando alla migliore. Mi scusai per l’interruzione e, nel minuto seguente, lo studente disse: «Si porti il barometro sulla sommità dell’edificio e lo si adagi sul bordo del tetto. Lo si faccia cadere sulla strada registrando con un cronometro il tempo di caduta. Quindi, usando la nota formula dei moti uniformemente accelerati con accelerazione g=9.8m/sec2, si calcoli l’altezza dell’edificio».

A questo punto, chiesi al collega se era soddisfatto. Mi rispose di sì e lo studente fu promosso. Nell’uscire mi ricordai che lo studente aveva detto che aveva altre risposte. Gli chiesi quali fossero.

Disse: «Ci sono molti modi… Per esempio, in un giorno di sole, si può portare il barometro all’aperto e misurare la lunghezza della sua ombra e quella dell’ombra dell’edificio; conoscendo l’altezza del barometro, si determina quella dell’edificio con una semplice proporzione». «Bene!» dissi. «Conosce altri modi?» «Certo», rispose «uno di questi le piacerà: salga le scale con il barometro e, salendo, riporti sul muro delle tacche corrispondenti alla lunghezza del barometro. Conti poi le tacche: otterrà l’altezza dell’edificio in unità di lunghezza del barometro. Oppure: leghi il barometro all’estremità di una corda e, usandolo come pendolo, misuri g (l’accelerazione di gravità) al livello della strada e sul tetto. È un po’ sofisticato, ma dalla differenza dei valori di g si può ottenere l’altezza dell’edificio, almeno in linea di principio. Se poi si vuole tentare una soluzione non fisica, basta che porti il barometro al Sovrintendente al Catasto degli Immobili e gli chieda se, in cambio del barometro, le dice l’altezza dell’edificio». A questo punto, chiesi allo studente se veramente non conosceva la risposta che più riguardava la specificità del barometro. Naturalmente la conosceva, ma disse che era stufo di quel professore, che pretendeva di insegnare a essere critici e riflessivi invece di spiegare i significati di ciò che studiavano. Sicché aveva deciso di burlarsi di lui.

Chi mi conosce sa che io non avrei avuto tutte quelle soluzioni, però avrei almeno tentato con la proporzione tra le ombre e, in caso di pioggia, per la misurazione col numero di barometri.

Dedico questo post al mio amico Paolo, fisico e persona che sa usare bene la testa, altrettanto bene che il suo cuore. Buon compleanno, Pablito!

il Fuoco

dicembre 13th, 2008

“Io credo in Dio. Ma non nel Dio di cui parlavi tu prima, quello di cui non ti puoi fidare. E non so se è di genere maschile. Non so se è qualcosa di preciso. Non lo so più. Non credo che Dio abbia a che fare con la fiducia, o con la mancanza di fiducia. Non c’entrano le nostre preghiere o i desideri. Dio esiste e basta. L’ho capito in questo istante, seduto qui sulla riva a guardare la natura, il cielo così azzurro e gli alberi così verdi.”

da: Joe R. Lansdale, Tramonto e polvere, Einaudi, 2005 (Sunset and Sawdust, 2004 – trad. it. di Luca Conti)

Oggi sarebbe stato il compleanno del Don. Era bello che compisse gli anni proprio per Santa Lucia, una festa molto sentita qui in città e celebrata in parrocchia con la chiesa illuminata a giorno dalle candele, calda e suggestiva, struggente quanto il freddo che ci avrebbe attanagliato una volta usciti, noi in calzettoni al ginocchio e gonne dell’uniforme scout.

Le candele, il fuoco…

fuoco_scoutIl fuoco del campo, l’odore del fumo addosso e alla sera il calore bruciante sul lato davanti e il freddo pungente sulla schiena rivolta alle tenebre.
Ricordo una bellissima Veglia alle Stelle, al campo dell’84. Il fuoco che brillava laggiù, e io che lo osservavo da una collinetta poco lontana. La natura intorno a me. Il cuore innamorato, forse per la prima vera volta, senza un perché e un percome. La sensazione di essere entrata nel mondo dei grandi per le confidenze della mia caposquadriglia. Le parole del Don, che riuscivano ad avvicinare Dio fino a sentirsene toccati e amati in ogni soffio di vento, in ogni fiore, in ogni nota cantata.

Lì ho sentito che ero viva non per una casuale e fortunata combinazione chimico-fisica di particelle atomiche, ma perché Qualcuno in qualche modo e chissà perché l’aveva voluto.

Questa sensazione mi piace.

La strada – 1

settembre 6th, 2008

Ho pensato a lungo a come chiamare questo post.

Poteva essere “il cammino”, “un percorso”, “un altro sentiero”, e quello che voglio chiamare è il fatto che stare fermi (psicologicamente, sentimentalmente, spiritualmente) rende infelici, morti dentro.

Nei momenti più frenetici, in cui corro come una pazza, a volte mi viene da chiedermi “dove sto andando????”, e non sempre riesco a ripondermi. Dopo che Samuele Bersani ha scritto “Lo scrutatore non votante”, mi sono detta che sicuramente preferisco “partire per un viaggio senza avere una meta” piuttosto che “preparare un viaggio ma non partire”, ma sempre di disequilibrio stiamo parlando.

“La strada” simboleggia molto bene questo concetto, anche emotivamente, per me.

È un termine che fa parte del mio passato più “arrovellato”, in cui negli scout – in Noviziato e in Clan – si parlava tanto del senso della vita, del disegno di Dio su di noi, della strada da scegliere e percorrere. E della Route ricordo bene la stanchezza, e che io quella stanchezza non la capivo, la sentivo come una prova che Dio mi faceva subire per un suo segreto motivo che non mi è stato ancora rivelato a tutt’oggi (ma oggi il motivo di quella strada non glielo chiedo nemmeno più).

Quindi per me, qui ed ora, la Strada è insieme la ricerca che sto facendo mentre cammino, un po’ senza meta ma sentendo il vento della vita sulla faccia, e il paesaggio che mi guida. E, ovviamente, sulla Strada è possibile seguire sentieri paralleli che vanno circa nella stessa direzione, rimandando le scelte drastiche a quando si giunge a biforcazioni estreme.

Quando…

agosto 31st, 2008

Nel vuotare uno degli ultimi scatoloni dopo il trasloco – quello delle foto in cornice, dei quadretti e appendaglie varie – ho ritrovato una pergamena che mi fu regalata per la mia partenza scout.

Recita una lirica per il capo, il cui testo si trova qui. Sono passati 11 anni da quando ho salutato il mio gruppo scout, l’entusiasmo aveva lasciato il campo più che alla stanchezza o alla fatica all’amarezza di alcune incomprensioni, o forse avevo bisogno di fare anche altro, con altri modi e tempi.

A distanza di tempo e nonostante tutte le cose da cui ho preso le distanze, mi ritrovo però a pensare a quanto forte sia stato per me l’imprinting dello scoutismo, e di quanto la parte che io considero “migliore” di me sia tuttora “plasmata” dai valori che ho maturato e fatto miei nell’Agesci.

E rivolgo un pensiero riconoscente a chi si è preso la responsabilità di farmi da capo, e ad alcune piccole grandi persone che hanno condiviso con me un pezzo così significativo della mia vita. E un grazie anche a Colui che fa le bozze, sulle cui trame noi tracciamo i nostri segni.

Annalisa

Mappa MondoNuovo
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