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Nativi digitali?

Mio figlio e compagni (13 anni) hanno dovuto realizzare una ricerca particolare, i cui risultati dovevano essere esposti oralmente in una ripresa video.

Idea molto interessante della professoressa di scienze, che ha comportato la messa in campo di varie competenze, tra cui la raccolta, la scrittura, la sintesi, la produzione dal vivo e il montaggio.

I ragazzi non hanno faticato a organizzarsi coi cellulari per creare i contenuti.

Però solo in due sono stati in grado di trasferire – alla fine – i video dal telefono al PC della LIM in classe.

Io tutte le volte che sento dire “Ah, i ragazzi sono proprio avanti su queste cose” penso che il problema sia unicamente che siamo sono noi vecchi a essere ignoranti; troppo indietro anche per capire che nemmeno i nostri figli e nipoti sono dei fenomeni.

E mi sembra di non essere l’unico a sostenere che i ragazzi – in media – non hanno una vera cultura dei mezzi che si trovano in mano.

PRESENTAZIONE

Ciao, mi chiamo Alessandro e questo è il mio primo post in questo blog. Non penso di avere una prosa particolarmente bella o scorrevole, ma la mia testa esplode di idee e, siccome non mi dispiace scrivere, vorrei esternarne un po’ su internet, in particolare sotto “weissbach.it”, che è praticamente il dominio di famiglia.

Gli argomenti di cui probabilmente parlerò saranno molti, ma per adesso, visto che questo dovrebbe essere un post di presentazione, scriverò una lista senza un tema preciso, che però parlerà di ciò che mi piace e mi piace fare, oltre che degli argomenti dominanti dei quali tratterò.

  1. Adoro la matematica e, più in generale, le materie scientifiche; probabilmente le mie idee toccheranno spesso questo tipo di argomenti.
  2. Mi piacciono diversi tipi di musica, ma in particolare amo lo stile di Tori Amos; non mi dispiacciono la musica classica e quella leggera, il pop non sarebbe uno degli ultimi della lista, e mi piace abbastanza il rock.
  3. Mi interesso di programmazione, sono abbastanza bravo con python e un giorno o l’altro dovrò decidermi a cominciare a imparare java; lo so che è un argomento un po’ nerd, ma io mi considero abbastanza nerd di mio, e non posso evitare di interessarmi e scrivere di queste cose.
  4. Adoro leggere, in particolare libri fantasy e fantascientifici; il mio scrittore preferito è Terry Pratchett, che continuerà a essere “morto di recente” per sempre, anche se ormai è passato già quasi un anno dal giorno in cui se n’è andato.
  5. Farò una categoria di post, che ho deciso di chiamare “Penso, Quindi Tremi” che saranno abbastanza complessi e spesso al limite della comprensibilità, perché origineranno dalle idee che nessuno vuole ascoltare perché sembrano troppo complicate. Spero che, mettendole per iscritto e a disposizione di un pubblico più ampio, riceveranno maggiore apprezzamento di quanto abbiano riscosso a voce dai miei amici e parenti.
  6. C’è la possibilità che ogni tanto, ma non spesso, io vada sul filosofico/poetico, e spero di saper aggiungere un tocco ironico qua e là.
  7. È probabile che ci saranno un po’ di post che tratteranno di argomenti “non previsti”, e non sono sicuro se questa potrebbe essere una cosa più positiva o negativa.

Tra le altre cose, c’è la possibilità che cominci a scrivere qualcosa di simile ad una via di mezzo tra un web-comic simile ad homestuck (www.mspaintadventures.com) e una text adventure; non sono ancora sicuro di niente, quindi non metto questa informazione tra i propositi “ufficiali”.

Immagino che chiunque sia arrivato a leggere fin qui si sia ormai fatto un’idea su di me, e quindi possa decidere se questo blog gli può interessare o no.

Aprire e chiudere i suoi pori a piacere

(cit. Luttazzi)

Questa pubblicità infarcita di concetti para-pseudo raggiunge vertigini spettacolari.

“…riducendo le dimensioni della molecola dell’acqua e facendo si che il suo potere idratante sia 5/6 volte superiore…”

ALKA-MED

Be’, io avrei paura di inserire del mio corpo molecole “ridotte” di qualsiasi tipo. E se sul più bello si rigonfiano?

Merlo via Smeriglia

Oh, a leggerlo mi sembrava fuori, ma sentirlo è anche peggio.

Tweet

Ogni volta che sento riparlare di ponte sullo stretto, mi aspetto che la proposta successiva sia un monumento a Kesselring.

Che culo

Stasera non si riesce a circolare davanti a casa mia, è tutto un lavorio di vigili urbani e sirene, gente che suona il clacson e bestemmia.

Matteo Renzi è venuto all’inaugurazione del nuovo negozio Blumarine annesso allo stabilimento principale (sì, vivo qui, sono nell’ombelico del mondo).

Madonnina mia.

La parte essenziale è la cornice

Scriveva Frank Zappa* che la parte più importante di un’opera d’arte è la cornice. C’è da dire che arrivava buon ultimo, nell’arte del ‘900, a farlo notare. Non si tratta solo di una provocazione, ma di una questione di sostanza. È un punto chiave della filosofia dell’arte, ma vi risparmio qui gli approfondimenti: mi limito a rilevare che in campo scientifico e tecnologico questa osservazione è ugualmente rilevante, se non di più.
Comunque non voglio abusare della metafora e passo a occuparmi di simulazione.
Frank Zappa - The Frame
Ogni volta che noi progettisti facciamo due conti – di qualunque tipo: dalle formule più semplici dei prontuari fino alle analisi da milioni di DOF – usiamo dei MODELLI. Questi modelli sono SEMPRE delle approssimazioni; è una realtà che confido sia ben presente nei nostri pensieri, ma è bene ricordarla spesso.
Il punto è: per quali ragioni un modello è approssimato? Quali sono i punti deboli da controllare quando si valida un modello?
Ecco, io credo che in queste considerazioni ci scordiamo spesso della cornice. È abbastanza facile ricordarsi dei difetti INTERNI al modello; più difficile è vedere la cornice.
Quando si crea (o si usa) un modello per studiare un sistema, se ne devono definire prima di tutto i confini. In verità, il primo e più determinante atto fondativo di qualunque modellistica è la divisione del mondo in due parti: ciò che è dentro al sistema e ciò che ne sta fuori.
Il secondo sottoinsieme ha un nome ben noto, se non famigerato: AMBIENTE.
(continua)
—   —    —   —    —   —    —   —
* The Real Frank Zappa Book, p. 140

Due note rapide sulla “situazione smartphone”

Ormai non ho più l’abitudine di perdere tempo sul blog, ma non ho ancora mollato.

Ci sono sempre alcuni argomenti che mi stuzzicano; in particolare, credo che valga la pena di scrivere, molto umilmente, per gettare nella mischia alcune idee che vedo poco trattate.

Non ci tengo a scrivere inutilmente su argomenti già dibattuti, con ben maggiore competenza, altrove; però in certi casi preferisco fare la figura del dilettante e farmi sentire, se credo che il mio contributo sia originale e, magari, fecondo.

Ho discusso con un mio vecchio amico, paladino di Linux e del free software (categoria che in qualche modo include anche me). Lui è insofferente ai dispositivi mobile: li ritiene una moda, poco significativa se non addirittura perniciosa.

Anche se lui si trova un po’ all’estremo dello spettro su questo tema e potrebbe essere solo uno straw man, io ritengo (e sarei felice di essere smentito) che l’importante attivismo che ha circondato il software libero in ambito PC non si stia replicando nella stessa misura per i dispositivi mobili.

Ho l’impressione [imho] che professionisti e dilettanti del free software stiano rimanendo indietro su questo fronte. A prescindere da quanto “duri e puri” o meno siano rispetto al tema: sappiamo che ci sono posizioni diverse, ma questo è un aspetto diverso da quello che mi preoccupa ora.

Il mio amico mi scrive che “(…) prenderà un tablet o uno smartphone quando ci sarà una concreta “convergenza”, ad esempio grazie a Ubuntu touch.

Io ho due obiezioni; una nel merito dell’effettiva importanza della convergenza, l’altra su un errore di prospettiva.

La convergenza mi piace ancora ma non mi pare più sostanziale. Sicuramente sarebbe bello se si diffondesse Ubuntu touch, per tutta una serie di motivi. Ma semplicemente non accadrà; non a breve, almeno. E comunque non mi sembra un problema rilevante.

Tendenzialmente gli appassionati (e purtroppo anche molti professionisti) tendono a proiettare le loro esigenze e le loro capacità sugli altri. Io invece sto preoccupandomi di come un “attivista” possa migliorare, col suo contributo, l’esperienza del comune cittadino. Come possa costruire un ecosistema. Con Linux, OpenOffice e annessi questo è successo, anche se con qualche limite.

Rispetto ad Android, invece, non la vedo così. Il forum di XDA ha più di 5 milioni di utenti (!); anche mettendoci una pesante tara, c’è un serbatoio enorme di sviluppatori, power users e anche semplici utenti di ROM modificate (sono utili anche loro). Però mi sembra che il grosso lavoro svolto da queste persone si perda moltissimo in varianti più o meno inutili, con un grosso spreco dovuto alle ridondanze e a un maggioritario debordante interesse per la customizzazione estetica. Insomma, migliaia di ROM quasi tutte uguali che si distinguono per piccinerie e temi grafici.

Mi pare che in pochi si stiano preoccupando dei problemi principali (sicurezza, flessibilità, protezione dell’identità, etc.).

Intanto la gente sta mettendo tutta la sua vita nei cellulari: contatti sociali, storia foto e video della famiglia,  relazioni con la PA e relativi diritti civili, accesso alla banca, biglietti dei treni, documenti dell’abitazione…
Tutto questo sta accadendo ORA e senza tanti backup, sicurezze decenti, etc.
Capisco che magari al professionista strutturato non serva: anch’io per ora preferisco fare l’home banking dal PC e non dallo smartphone e stare più tranquillo. Non so quanto durerà.

Ma per la grande massa di utenti (ignara) è già un’urgenza, e serve almeno per Android, che resterà per un po’ ormai lo standard.
Soprattutto, Android avrebbe già la struttura per implementare tutto quello che serve, se l’ecosistema dei liberi sviluppatori non si dividesse tra chi schifa il mobile e chi fa mod più che altro per l’estetica e il gaming.

Il rischio, se non si sviluppa una soluzione libera competitiva, è che quando inizieranno i primi incidenti e/o i malfattori si saranno organizzati meglio per rubare identità e dati, la gente si affiderà alle soluzioni chiuse di chi fa HW e SO. È una prospettiva che forse mi fa meno paura del presente: saremo meno liberi, ma più sicuri e sereni.

Però tutto questo pippone lo sto facendo mettendomi nelle scarpe di chi ha creduto nel software libero: dopo tanto casino fatto per creare una alternativa a Microsoft, non si può abbandonare così il campo del mobile.

Giusto per fare un esempio: per la sicurezza, il suggerimento numero uno messo in rete dai produttori è “non fate il root del telefono!”.
Della serie “Il pericolo sei tu, è la tua troppa libertà”; lascia fare a noi.

Io non comprerei mai un PC senza poter essere amministratore. E non mi piacerebbe gestire una flotta aziendale di smartphone senza avere strumenti simili a quelli disponibili per i PC.

Certo è che il rooting, così come si deve gestire adesso, è un pasticcio. Troppo aperto, globale, approssimativo. Non è possibile trovarsi un dispositivo così “spalancato” dopo aver praticato il root; ma anche senza root, i terminali Android sono troppo aperti.

Si è in un limbo in cui chi vuole/deve amministrare seriamente il dispositivo ha pochi diritti, mentre l’utente tende ad averne sempre troppi.

Per esempio su Android non posso – nativamente – impedire a mio figlio di installare software, né su un terminale vergine né su uno rootato. E basta una-applicazione-una per bucarti il cellulare (se avete mai usato towelroot sapete di cosa parlo).

Mi piacerebbe avere un amministratore di sistema serio anche per ridurre i diritti del mio utente standard, come classicamente si fa (ehm, si dovrebbe fare) altrove.

Il punto principale è che non si può più scegliere: i cellulari SONO I PC DEL PRESENTE; li hanno già sostituiti, sono stati una nuova ondata di informatizzazione; forse la prima davvero popolare.

I professionisti sono una nicchia: è attraverso gli smartphone che ormai passeranno i diritti civili di tutti i comuni cittadini.

Raccolta rifiuti

Io sono da sempre un sostenitore della raccolta differenziata porta a porta e della tariffa puntuale. Proprio per questo avrei abbastanza da ridire sul modo in cui il Comune di Carpi la sta introducendo.
In particolare è sgradevole la sensazione (forse è solo una sensazione) che si voglia ridurre la frequenza del servizio proprio quando si chiede ai cittadini di fare uno sforzo in più. In questo periodo l’amministrazione dovrebbe mostrarsi più attenta del solito ai cittadini. I risparmi verranno; ma dovrebbero essere legati alla riduzione della quantità di indifferenziato, non al fatto che ci teniamo in casa i bidoni per delle ere geologiche.
Ugualmente, mi rallegro di alcuni segnali positivi.
In giro non c’è l’inferno che alcuni avevano paventato.
E il nostro bidone condominiale dell’umido si sta riempiendo molto più velocemente di una volta, adesso. Segno che purtroppo lo sforzo lo si fa, alla fine, quando si è costretti. Ma per fortuna poi si scopre che non era tanto difficile.

Siamo ancora nell’età del ferro

Di recente ho tenuto un corso di simulazione strutturale presso un mio cliente. Come al solito abbiamo combinato teoria, esercizi di base e pratica su loro problematiche.
Alla fine siamo tutti soddisfatti, perché grazie alle lezioni e al confronto i tecnici hanno preso confidenza con i comandi, compreso le possibilità e le approssimazioni e acquisito fiducia nell’affidabilità degli strumenti.
Dulcis in fundo, abbiamo verificato due aspetti: da una parte, i risultati sono congrui con l’esperienza e le prove fisiche; dall’altra, alcune strutture rivelano di essere largamente sovradimensionate.
Ci sono quindi dei sostanziosi e visibili margini di ottimizzazione e risparmio.
Il titolare, però, sorridente di un’ironia che rivela a un tempo sia la coscienza degli ostacoli che la voglia di superarli, mi dice:
“Adesso però abbiamo un problema. Mi è già capitato di riuscire a creare gruppi leggeri e affidabili, ma a volte la reazione dei clienti non è positiva”.
“Perché?” chiedo.
“Perché spesso la percezione conta più della sostanza. A volte è più importante che un manufatto sembri resistente, piuttosto che lo sia realmente”.
Mi dice (in realtà nel suo dialetto): “La gente vuol veder del ferro”.