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Due note rapide sulla “situazione smartphone”

Ormai non ho più l’abitudine di perdere tempo sul blog, ma non ho ancora mollato.

Ci sono sempre alcuni argomenti che mi stuzzicano; in particolare, credo che valga la pena di scrivere, molto umilmente, per gettare nella mischia alcune idee che vedo poco trattate.

Non ci tengo a scrivere inutilmente su argomenti già dibattuti, con ben maggiore competenza, altrove; però in certi casi preferisco fare la figura del dilettante e farmi sentire, se credo che il mio contributo sia originale e, magari, fecondo.

Ho discusso con un mio vecchio amico, paladino di Linux e del free software (categoria che in qualche modo include anche me). Lui è insofferente ai dispositivi mobile: li ritiene una moda, poco significativa se non addirittura perniciosa.

Anche se lui si trova un po’ all’estremo dello spettro su questo tema e potrebbe essere solo uno straw man, io ritengo (e sarei felice di essere smentito) che l’importante attivismo che ha circondato il software libero in ambito PC non si stia replicando nella stessa misura per i dispositivi mobili.

Ho l’impressione [imho] che professionisti e dilettanti del free software stiano rimanendo indietro su questo fronte. A prescindere da quanto “duri e puri” o meno siano rispetto al tema: sappiamo che ci sono posizioni diverse, ma questo è un aspetto diverso da quello che mi preoccupa ora.

Il mio amico mi scrive che “(…) prenderà un tablet o uno smartphone quando ci sarà una concreta “convergenza”, ad esempio grazie a Ubuntu touch.

Io ho due obiezioni; una nel merito dell’effettiva importanza della convergenza, l’altra su un errore di prospettiva.

La convergenza mi piace ancora ma non mi pare più sostanziale. Sicuramente sarebbe bello se si diffondesse Ubuntu touch, per tutta una serie di motivi. Ma semplicemente non accadrà; non a breve, almeno. E comunque non mi sembra un problema rilevante.

Tendenzialmente gli appassionati (e purtroppo anche molti professionisti) tendono a proiettare le loro esigenze e le loro capacità sugli altri. Io invece sto preoccupandomi di come un “attivista” possa migliorare, col suo contributo, l’esperienza del comune cittadino. Come possa costruire un ecosistema. Con Linux, OpenOffice e annessi questo è successo, anche se con qualche limite.

Rispetto ad Android, invece, non la vedo così. Il forum di XDA ha più di 5 milioni di utenti (!); anche mettendoci una pesante tara, c’è un serbatoio enorme di sviluppatori, power users e anche semplici utenti di ROM modificate (sono utili anche loro). Però mi sembra che il grosso lavoro svolto da queste persone si perda moltissimo in varianti più o meno inutili, con un grosso spreco dovuto alle ridondanze e a un maggioritario debordante interesse per la customizzazione estetica. Insomma, migliaia di ROM quasi tutte uguali che si distinguono per piccinerie e temi grafici.

Mi pare che in pochi si stiano preoccupando dei problemi principali (sicurezza, flessibilità, protezione dell’identità, etc.).

Intanto la gente sta mettendo tutta la sua vita nei cellulari: contatti sociali, storia foto e video della famiglia,  relazioni con la PA e relativi diritti civili, accesso alla banca, biglietti dei treni, documenti dell’abitazione…
Tutto questo sta accadendo ORA e senza tanti backup, sicurezze decenti, etc.
Capisco che magari al professionista strutturato non serva: anch’io per ora preferisco fare l’home banking dal PC e non dallo smartphone e stare più tranquillo. Non so quanto durerà.

Ma per la grande massa di utenti (ignara) è già un’urgenza, e serve almeno per Android, che resterà per un po’ ormai lo standard.
Soprattutto, Android avrebbe già la struttura per implementare tutto quello che serve, se l’ecosistema dei liberi sviluppatori non si dividesse tra chi schifa il mobile e chi fa mod più che altro per l’estetica e il gaming.

Il rischio, se non si sviluppa una soluzione libera competitiva, è che quando inizieranno i primi incidenti e/o i malfattori si saranno organizzati meglio per rubare identità e dati, la gente si affiderà alle soluzioni chiuse di chi fa HW e SO. È una prospettiva che forse mi fa meno paura del presente: saremo meno liberi, ma più sicuri e sereni.

Però tutto questo pippone lo sto facendo mettendomi nelle scarpe di chi ha creduto nel software libero: dopo tanto casino fatto per creare una alternativa a Microsoft, non si può abbandonare così il campo del mobile.

Giusto per fare un esempio: per la sicurezza, il suggerimento numero uno messo in rete dai produttori è “non fate il root del telefono!”.
Della serie “Il pericolo sei tu, è la tua troppa libertà”; lascia fare a noi.

Io non comprerei mai un PC senza poter essere amministratore. E non mi piacerebbe gestire una flotta aziendale di smartphone senza avere strumenti simili a quelli disponibili per i PC.

Certo è che il rooting, così come si deve gestire adesso, è un pasticcio. Troppo aperto, globale, approssimativo. Non è possibile trovarsi un dispositivo così “spalancato” dopo aver praticato il root; ma anche senza root, i terminali Android sono troppo aperti.

Si è in un limbo in cui chi vuole/deve amministrare seriamente il dispositivo ha pochi diritti, mentre l’utente tende ad averne sempre troppi.

Per esempio su Android non posso – nativamente – impedire a mio figlio di installare software, né su un terminale vergine né su uno rootato. E basta una-applicazione-una per bucarti il cellulare (se avete mai usato towelroot sapete di cosa parlo).

Mi piacerebbe avere un amministratore di sistema serio anche per ridurre i diritti del mio utente standard, come classicamente si fa (ehm, si dovrebbe fare) altrove.

Il punto principale è che non si può più scegliere: i cellulari SONO I PC DEL PRESENTE; li hanno già sostituiti, sono stati una nuova ondata di informatizzazione; forse la prima davvero popolare.

I professionisti sono una nicchia: è attraverso gli smartphone che ormai passeranno i diritti civili di tutti i comuni cittadini.

Raccolta rifiuti

Io sono da sempre un sostenitore della raccolta differenziata porta a porta e della tariffa puntuale. Proprio per questo avrei abbastanza da ridire sul modo in cui il Comune di Carpi la sta introducendo.
In particolare è sgradevole la sensazione (forse è solo una sensazione) che si voglia ridurre la frequenza del servizio proprio quando si chiede ai cittadini di fare uno sforzo in più. In questo periodo l’amministrazione dovrebbe mostrarsi più attenta del solito ai cittadini. I risparmi verranno; ma dovrebbero essere legati alla riduzione della quantità di indifferenziato, non al fatto che ci teniamo in casa i bidoni per delle ere geologiche.
Ugualmente, mi rallegro di alcuni segnali positivi.
In giro non c’è l’inferno che alcuni avevano paventato.
E il nostro bidone condominiale dell’umido si sta riempiendo molto più velocemente di una volta, adesso. Segno che purtroppo lo sforzo lo si fa, alla fine, quando si è costretti. Ma per fortuna poi si scopre che non era tanto difficile.

Siamo ancora nell’età del ferro

Di recente ho tenuto un corso di simulazione strutturale presso un mio cliente. Come al solito abbiamo combinato teoria, esercizi di base e pratica su loro problematiche.
Alla fine siamo tutti soddisfatti, perché grazie alle lezioni e al confronto i tecnici hanno preso confidenza con i comandi, compreso le possibilità e le approssimazioni e acquisito fiducia nell’affidabilità degli strumenti.
Dulcis in fundo, abbiamo verificato due aspetti: da una parte, i risultati sono congrui con l’esperienza e le prove fisiche; dall’altra, alcune strutture rivelano di essere largamente sovradimensionate.
Ci sono quindi dei sostanziosi e visibili margini di ottimizzazione e risparmio.
Il titolare, però, sorridente di un’ironia che rivela a un tempo sia la coscienza degli ostacoli che la voglia di superarli, mi dice:
“Adesso però abbiamo un problema. Mi è già capitato di riuscire a creare gruppi leggeri e affidabili, ma a volte la reazione dei clienti non è positiva”.
“Perché?” chiedo.
“Perché spesso la percezione conta più della sostanza. A volte è più importante che un manufatto sembri resistente, piuttosto che lo sia realmente”.
Mi dice (in realtà nel suo dialetto): “La gente vuol veder del ferro”.

Siam pronti alla vita

prato fiorito windows

Ma va’ a cagare, va’.

East at Easter


East at Easter – Simple Minds 1984

Avete rotto!

Rovistando nel casino del mio WordPress ho trovato una bozza di articolo del 3 marzo 2013.

“Se al posto di Bersani ci fosse stato Renzi avrei votato M5S anch’io!”

Be’, votare per il M5S non ancora; però, ecco, appunto.

Scala Mercalli – nota a margine

Scopro ora che su RAI.it è presente una pagina sitografica per l’approfondimento degli argomenti trattati nella trasmissione di Luca Mercalli.

Quella principale si chiama “Per saperne di più” ed è qui, con i link alle voci specifiche.

Un assaggio della prima pagina:

Prima puntata

Il clima, il meteo e i limiti dello sviluppo

Storia della Meteorologia e degli strumenti di misura

Fin dai tempi antichi l’atmosfera ha affascinato l’umanità, ma solo con le rivoluzioni scientifiche del Seicento e del Settecento la meteorologia è divenuta una scienza vera e propria, fino alla nascita delle previsioni numeriche del tempo (basate sulle equazioni della fisica) a metà del Novecento.

Rassegna cronologica dello sviluppo della meteorologia nei secoli
http://en.wikipedia.org/wiki/Timeline_of_meteorology

Meteo, clima e riscaldamento globale in Australia

Bureau of Meteorology www.bom.gov.au
Australian Meteorologial and Oceanographycal Society www.amos.org.au
Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation www.csiro.au

Gli osservatori storici: sentinelle del clima passato e presente

I primi osservatori meteorologici sono nati in Inghilterra nel 1659 (serie della Central England Temperature: http://www.metoffice.gov.uk/hadobs/hadcet/ ) e si sono diffusi in altre città europee e italiane nel Settecento.

L’osservatorio centrale della Società Meteorologica Italiana, a Moncalieri (Torino), fu fondato nel 1865 ed è ancora attivo (http://www.nimbus.it/moncalieri/moncalieri.asp ).

Torino 1753, una delle più lunghe serie meteorologiche d’Italia
http://www.nimbus.it/meteoshop/VediLibro.asp?IdArticolo=574&IdPag=2

Il clima di Modena dal 1830
http://www.nimbus.it/meteoshop/VediLibro.asp?IdArticolo=559&IdPag=2

Osservatori meteorologici in Italia e nel mondo
http://www.nimbus.it/moncalieri/altriosservatori.htm

 


L’osservatorio del Jungfraujoch, a 3480 m nelle Alpi svizzere (foto Chiara Uglietti)

Al Jungfraujoch (3580 m, Svizzera) si trova uno dei più importanti osservatori delle Alpi per le ricerche su meteorologia e chimica dell’atmosfera http://www.ifjungo.ch/jungfraujoch/

Le serie climatiche globali: sempre più caldo

Dalla seconda metà dell’Ottocento le misure meteorologiche si sono diffuse in tutti i continenti, e oggi sono 4 i centri di ricerca internazionali che aggiornano le rispettive serie di temperatura media globale, con scostamenti tra loro molto lievi dovuti a differenti metodi di calcolo: tutte indicano che l’atmosfera terrestre si sta rapidamente riscaldando (circa +0,8 °C nell’ultimo secolo).

NOAA-NCDC http://www.ncdc.noaa.gov/cag/time-series/global

NASA-GISS http://data.giss.nasa.gov/gistemp/

Climate Research Unit – Univ. East Anglia (UK): http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/temperature/

Japan Meteorological Agency http://ds.data.jma.go.jp/tcc/tcc/products/gwp/temp/ann_wld.html

In Italia è il CNR-ISAC (Istituto di Scienze per l’Atmosfera e il Clima) a monitorare l’andamento climatico http://www.isac.cnr.it/~climstor/index.html

L’impronta dell’uomo sul clima: i gas serra

Da oltre due secoli l’uomo brucia crescenti ed enormi quantità di combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) rilasciando biossido di carbonio e altri gas serra che alimentano il riscaldamento atmosferico.

Concentrazione di CO2 al Monte Mauna Loa (Hawaii) dal 1958 http://www.esrl.noaa.gov/gmd/ccgg/trends/

CO2 a 400 ppm, mai così elevata in 3 milioni di anni http://www.nimbus.it/effettoserra/2013/130507CO2400ppm.htm

Emissioni di gas serra in Europa
http://www.eea.europa.eu/data-and-maps/data/data-viewers/greenhouse-gases-viewer

Come è cambiato il clima? Cosa fare? Il 5° rapporto IPCC

– Le basi scientifiche www.nimbus.it/effettoserra/2013/130927rapportoIPCC.htm

– Impatto, adattamenti, vulnerabilità www.nimbus.it/effettoserra/2014/140409rapportoIPCC.htm

– Mitigazione: www.nimbus.it/effettoserra/2014/140415rapportoIPCC.htm

– Un efficacissimo strumento informativo: voci di esperti, grafica, schede e video per scoprire tutto quello che c’è da sapere sul Quinto Rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC, a cura del CMCC http://www.clima2014.it/

IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change www.ipcc.ch

La convenzione-quadro ONU sui cambiamenti climatici http://unfccc.int

Aggiornamenti mensili clima globale http://www.ncdc.noaa.gov/sotc/global

“Cruscotto” indicatori climatici NASA http://climate.nasa.gov/

I limiti dello sviluppo (o i limiti della crescita)

Per conoscere l’eccezionale personalità di Aurelio Peccei, utilissima la sua autobiografia, La qualità umana  http://www.castelvecchieditore.com/la-qualita-umana/

Il rapporto “I limiti dello sviluppo” aggiornato al 2006, da leggere prima di criticarlo
http://www.ibs.it/code/9788804559016/meadows-donella-meadows-dennis/nuovi-limiti-dello-sviluppo.html

La storia dei protagonisti del rapporto “I limiti dello sviluppo” raccontata nel pluripremiato documentario “Ultima chiamatahttp://www.lastcallthefilm.org/it

Il collasso globale è imminente? Uno studio del Melbourne Sustainable Society Institute (MSSI) attualizza e conferma i risultati dei Limiti dello sviluppo: Graham Turner (2014) – Università di Melbourne – Is global collapse imminent?
http://sustainable.unimelb.edu.au/sites/default/files/docs/MSSI-ResearchPaper-4_Turner_2014.pdf

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/02/limits-to-growth-was-right-new-research-shows-were-nearing-collapse?CMP=fb_gu

Altre pubblicazioni del MSSI sulla sostenibilità
http://www.sustainable.unimelb.edu.au/publications

Limiti dello sviluppo: ma davvero era possibile che andasse diversamente? di Jacopo Simonetta
http://ugobardi.blogspot.it/2014/09/limiti-dello-sviluppo-ma-davvero-era.html

Il Dirupo di Seneca, perchè il declino è più rapido della crescita, di Ugo Bardi
http://ugobardi.blogspot.it/2011/09/effetto-seneca-perche-il-declino-e-piu.html

La questione mineraria: come energia e tecnologia determineranno il futuro dell’estrazione mineraria, di Ugo Bardi
http://ugobardi.blogspot.it/2014/02/la-questione-minerale-come-energia-e.html

Il libro “La Terra svuotata”, di Ugo Bardi
http://www.ibs.it/code/9788864730677/bardi-ugo/terra-svuotata-il-futuro.html

La miniera di rame di Chuquicamata, Cile
http://en.wikipedia.org/wiki/Chuquicamata

http://www.codelco.com/prontus_codelco/site/edic/base/port/chuquicamata.html

Chuquicamata  nel Canto General di Pablo Neruda
http://it.wikipedia.org/wiki/Canto_General

Esaurimento giacimenti di fosfati di Nauru
http://en.wikipedia.org/wiki/Phosphate_mining_in_Nauru

http://en.wikipedia.org/wiki/Nauru

Il picco del fosforo visto dai chimici
https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/11/12/il-picco-del-fosforo-di-che-si-tratta/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/11/24/il-picco-del-fosforo-di-che-si-tratta-2-parte/

Il libro “Prosperità senza crescita”, di Tim Jackson
http://www.edizioniambiente.it/libri/572/prosperita-senza-crescita/

Il movimento Transitions Towns
https://www.transitionnetwork.org/

TTB – Brixton (Londra) in transizione
http://www.transitiontownbrixton.org/

Le città in transizione in Italia: Monteveglio
https://transitionitalia.wordpress.com/

http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_di_transizione

Cloughjordan: in Irlanda un villaggio modello per la sostenibilità
http://www.footprintnetwork.org/en/index.php/GFN/blog/cloughjordan_ecovillage_leads_the_way_toward_sustainable_living_in_ireland

www.thevillage.ie/our-community/

Niente che valga il cuoio

Superstizione e artigianato

Poiché l’argomento è risultato cosi molesto agli scienziati non ci si poteva aspettare che i nostri antenati lo affrontassero in maniera molto logica, e difatti nessun argomento tecnico è mai stato cosi profondamente infestato da superstizioni. Si potrebbe, e forse si dovrebbe, scrivere un libro lungo e per lo più raccapricciante, sulle superstizioni connesse con la lavorazione e con la fabbricazione dei materiali. Nell’antica Babilonia la lavorazione del vetro richiedeva l’uso di embrioni umani; delle spade giapponesi si diceva che fossero state temprate immergendole, ancora roventi, nel corpo di prigionieri vivi. Erano comuni i casi di seppellimento di vittime nelle fondamenta di edifici e ponti: ai tempi dei Romani si ricorreva invece a una bambola. Tutto ciò non si discorda troppo da molti aspetti dell’antropologia primitiva, e sembra che si basasse sull’idea che la nuova struttura dovesse avere una vita propria.

Recentemente siamo diventati meno crudeli, ma forse non molto meno superstiziosi. In ogni modo alcuni tratti di irrazionalità riguardo ai materiali persistono ancora in tutti noi. Per esempio, la questione dei materiali nuovi contro quelli vecchi, e di quelli naturali contro quelli sintetici è affrontata da molta gente con un calore emotivo che è raramente basato su conoscenze reali o su prove sperimentali. Questi pregiudizi sono più forti nei campi non strutturali dove non c’è “niente che valga la lana” oppure “niente che valga il cuoio”, ma sotto diffusi anche nel settore delle costruzioni.

Tutti questi atteggiamenti sono in realtà riconducibili all’idea di un certo vitalismo dei materiali, una vis viva da cui dipende l’attendibilità della sostanza; un operaio vi dirà che la tal cosa si è rotta perché “l’anima ne è uscita fuori”. Durante l’ultima guerra mi occupavo dei rifornimenti di bambù per costruire aquiloni per sbarramenti antiaerei. Un importatore di bambù mi disse che aveva difficoltà a tenere in magazzino le lunghezze di cui avevamo bisogno, perché, visto che bisognava tenerle orizzontali, occupavano tantissimo spazio. Gli chiesi perché non le immagazzinava verticalmente. “Se lo facessi – egli mi rispose – l’anima scapperebbe fuori dalle estremità”.

In passato, beninteso, l’istinto e l’esperienza erano l’unica guida nella scelta dei materiali e nella progettazione di strutture e di utensili. Gli artigiani erano talvolta abbastanza bravi, ma sarebbe sbagliato esagerare le virtù dell’indirizzo tradizionale; l’oggetto finito può avere anche un aspetto splendido, ma la progettazione strutturale è spesso mediocre e talvolta pessima. Le ruote spesso si staccavano dalle carrozze perché i carrozzieri non erano capaci di montarle come si doveva. Analogamente, lungo le vie marittime, le navi di legno hanno sempre fatto acqua, senza necessità, perché i maestri d’ascia non capivano la natura di uno sforzo di taglio e molti di essi, mi dispiace dirlo, non la capiscono ancora.

Tale digressione sugli aspetti prescientifici dell’argomento potrebbe sembrare fuori posto in un libro dedicato alla moderna scienza dei materiali, ma quest’ultima, come la scienza medica, ha dovuto farsi strada lottando continuamente contro molte usanze tradizionali e leggende sciocche. Non prendere in considerazione il pozzo di anti-scienza da cui la scienza dei materiali ha dovuto emergere non sarebbe realistico.

James Edward Gordon – Strutture – Mondadori EST

Una scuola nelle mani di Dio

Ho pensato che questa cosa della aumentata autorità dei dirigenti scolastici fosse una specie di follia, di vago sapore retrò (se qualcuno vuole usare un altro termine, faccia).

Forse gli strumenti di democrazia e partecipazione nella scuola hanno fallito, forse serve una maggiore libertà di azione, ma resta il fatto che non c’è garanzia che un preside abbia le capacità di decidere al meglio su tutto, anche nel caso più ottimistico.

Però ho pensato anche: la Chiesa Cattolica non è mica una democrazia. I cristiani non si lamentano praticamente mai dei vescovi. O almeno, del loro vescovo. Sotto la direzione dei vescovi tutto va che è una bellezza.

Perché i vescovi hanno dalla loro lo Spirito Santo. I presidi no.

La soluzione finale è affidare la scuola ai vescovi.

Così risolviamo una volta per tutte anche l’altra questione.

Un uomo in fuga?

Ciao amici, mi tolgo da Facebook. È stato divertente e a volte anche utile, ma considero inaccettabili le sue condizioni. Forse è già troppo tardi, ma mi levo questa soddisfazione. Ci vediamo in altri posti e su altri canali. Grazie di tutto.