Matrimonio

Io credevo di conoscere le linee principali del diritto di famiglia che noi italiani evoluti occidentali abbiamo conservato fino a pochissimi lustri fa; anche nei dettagli più distanti dalla sensibilità attuale.

Rovistando nel passato invece ho scoperto una perla che mi mancava.

Fino alla riforma del 1975, una straniera che sposasse un italiano acquisiva automaticamente la cittadinanza italiana. E un’italiana, quando sposava uno straniero, la PERDEVA.

Ovviamente lo stesso non valeva per l’uomo. Niente male, direi.

Fatto a piedi

C’è uno stereotipo marchettaro appena meno diffuso del “naturale”, ma ancora più insensato: quello del fatto a mano. Lo si trova su una quantità incredibile di articoli a basso prezzo in giro.
Non voglio discutere adesso del fatto che sia o meno un fattore di pregio su un prodotto artigianale e costoso. Ma nella panetteria industriale, se mi fai a mano dei biscottini da pochi euro al kg, può significare che stai tagliando su altri fattori (qualità degli ingredienti?) o stai sfruttando delle persone.
Oppure, come serenamente spero, che mi stai raccontando una balla.

Su Eco, marginalmente

Da “Fìdeg” di Paolo Colagrande

“Io, nella vita vigile, mi dimentico ad esempio di pagare il gas. Ma ricordo benissimo di aver incontrato un pomeriggio di giugno del 1987 sull’ascensore del condominio di via Goffredo Mameli 44, dove abitava il mio amico Onorio Carruba, una signora di cinquant’anni bionda elegantissima truccata da cinema con l’orologio d’oro l’anello coi brillanti in erezione e gli orecchini con la perla doppia pendant alla collana tripla sul decolté, per non parlare del profumo inebriante e dell’eloquio ammaliante pieno di orgasmi e pause di stile e moine di rossetto, che senza sapere chi fossi mi ha confidato di aver appena visto un film molto stimolante avvincente e intrigante che si intitolava Il segno della rosa: un film, diceva, col celebre attore Sean Connery. Che a lei il celebre attore Sean Connery piaceva alla follia, diceva la signora cinquantenne mimando i sintomi caratteristici della follia con effetti speciali di fard sfumante e mascara allungante, spiegandomi che solo un attore di lignaggio come Sean Connery poteva aver inventato una storia così stimolante affascinante e seducente come Il nome della dalia, ambientata, diceva, in una specie di convento di frati un po’ di tempo fa, anno più anno meno. E lui Sean Connery, oltre a essere il geniale autore della storia, era anche il protagonista, il regista e di sicuro il produttore del film, visto che con tutta quella meritata carriera artistica, con premi oscar, palme d’oro e premi nobel, diceva la signora, doveva aver già messo via della bella pila, Sean Connery. La pila, per intenderci, sono i soldi. La signora forse aveva detto capitali o patrimoni o azioni e obbligazioni, o forse aveva detto proprio pila, non ricordo questi particolari, che sono aspetti periferici nel paradigma freudiano e strümpelliano della memoria.
Quando mi ha salutato mi ha consigliato di andarlo a vedere anch’io Il segno del tulipano, che trasmette a noi giovani dei valori che al giorno d’oggi purtroppo si stan perdendo. E poi le piacerà, è un po’ un giallo, tipo Il segno del comando o anche tipo Hitchcock, se ha presente il genere, mi ha detto la signora cinquantenne. C’è anche dentro del latino, mi ha avvisato, ma non ci faccia caso, a stare attento qualcosa lo capisce anche lei.
Non son mai riuscito a trovarlo, quel film. E non ho più visto neanche la signora. Forse quel pomeriggio di giugno io non ero nella vita vigile, forse era tutta una figurazione onirica organizzata in sequenze coerenti, legata stretta a degli stati morbosi o di eccitamento psichico cui andavo soggetto a quei tempi. Oppure quel film era, come si dice, una pièce d’autore: cinematografia sperimentale per collezionisti eruditi e filologi. E a giudicare dall’aspetto, la signora cinquantenne doveva essere, oltre che ricca ed elegante, molto erudita e filologa: ce n’è degli eserciti in questa città ubertosa della pianura padana.”

Siamo ancora nell’età del ferro

Di recente ho tenuto un corso di simulazione strutturale presso un mio cliente. Come al solito abbiamo combinato teoria, esercizi di base e pratica su loro problematiche.
Alla fine siamo tutti soddisfatti, perché grazie alle lezioni e al confronto i tecnici hanno preso confidenza con i comandi, compreso le possibilità e le approssimazioni e acquisito fiducia nell’affidabilità degli strumenti.
Dulcis in fundo, abbiamo verificato due aspetti: da una parte, i risultati sono congrui con l’esperienza e le prove fisiche; dall’altra, alcune strutture rivelano di essere largamente sovradimensionate.
Ci sono quindi dei sostanziosi e visibili margini di ottimizzazione e risparmio.
Il titolare, però, sorridente di un’ironia che rivela a un tempo sia la coscienza degli ostacoli che la voglia di superarli, mi dice:
“Adesso però abbiamo un problema. Mi è già capitato di riuscire a creare gruppi leggeri e affidabili, ma a volte la reazione dei clienti non è positiva”.
“Perché?” chiedo.
“Perché spesso la percezione conta più della sostanza. A volte è più importante che un manufatto sembri resistente, piuttosto che lo sia realmente”.
Mi dice (in realtà nel suo dialetto): “La gente vuol veder del ferro”.

Pubblica ignoranza

Preciso che non sto accusando di ignoranza né i vertici Toyota né chi ha scritto l’articolo. L’ignoranza è quella dei lettori: con un minimo in più di cultura scientifica diffusa, dopo poco tempo e pochi passi falsi certe cose non si potrebbero più scrivere. I pressappochismi si estinguerebbero darwinianamente. E invece li scrivono, e la gente li legge, senza ribellarsi.

“E, oggi, questo obiettivo è diventato una realtà. Il nostro veicolo a celle a combustibile si muove grazie all’idrogeno, che virtualmente può essere prodotto da qualunque sostanza, anche dai rifiuti!”

L’energia, signori miei, la conservazione dell’energia! Non si può cavar sangue dalle rape.

Credo che la vecchia battuta di C. P. Snow sui principi della termodinamica sia sempre valida. L’incapacità diffusa di comprendere l’energia e i principi che ne regolano le trasformazioni è e sarà uno dei problemi più drammatici dell’umanità.

Che Dio ci aiuti.

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Appendice – Riporto il passaggio di Snow anche qui:

A good many times I have been present at gatherings of people who, by the standards of the traditional culture, are thought highly educated and who have with considerable gusto been expressing their incredulity at the illiteracy of scientists. Once or twice I have been provoked and have asked the company how many of them could describe the Second Law of Thermodynamics. The response was cold: it was also negative. Yet I was asking something which is about the scientific equivalent of: ‘Have you read a work of Shakespeare’s?’
I now believe that if I had asked an even simpler question – such as, What do you mean by mass, or acceleration, which is the scientific equivalent of saying, ‘Can you read?’ – not more than one in ten of the highly educated would have felt that I was speaking the same language. So the great edifice of modern physics goes up, and the majority of the cleverest people in the western world have about as much insight into it as their Neolithic ancestors would have had.

Diversamente abili

Il destino dell’espressione “diversamente abile” non è ancora irreparabilmente segnato, ma non ci sono grandi segni che inducano a sperare.
Se tutto va com’è andato finora, la locuzione sarà consegnata alla storia come l’ennesimo eufemismo a perdere.
Peccato, perché sarebbe (e siamo ancora in tempo) un’ottima occasione per riflettere, mentre si parla, sui valori e sul valore che attribuiamo alle persone; includendo ovviamente noi stessi.
Io ritengo che l’errore principale in proposito sia pretendere di usare “diversamente abile” al posto di “disabile” in ogni occasione, condannandolo al logorio e all’obsolescenza.

Premetto che io non sono contrario di per sé agli eufemismi, e racconterò un esempio, in modo da chiarire al meglio la specificità dell’espressione in oggetto.

Parecchi anni or sono mi è successo di fare da assistente personale, per qualche giorno, a un fisioterapista che aveva perso la vista da giovane.
La prima cosa che mise in chiaro fu che non voleva essere chiamato cieco, mostrandomi varie accezioni negative del termine nell’uso comune e soprattutto raccontando la sua esperienza in istituto, dove assieme agli altri non vedenti veniva fustigato moralmente. Se lui e i compagni erano ciechi doveva essere per forza a causa dei peccati loro o dei loro genitori.
Quindi no, grazie, fate la fatica di usare un’espressione più lunga, se non altro per dimostrare che avete capito.

È stata per me una esperienza illuminante, perché per formazione non avevo ancora realizzato che, oltre ai disagi materiali, i disabili hanno sempre dovuto affrontare un grande ostacolo sociale e civile: lo stigma.

Da allora ho un rapporto ambivalente con questo genere di eufemismi. Da una parte li considero delle ipocrisie, perché il male è nell’occhio di chi guarda e nella semantica di chi parla. Dall’altra, conosco una regola di fondo della comunicazione: non si può controllare il valore che il ricevente dà alle parole; bisogna solo tenerne conto e regolare il proprio output di conseguenza. Quindi è importante avere sensibilità mentre ci si esprime.

Parentesi: questa ambivalenza riflette una analoga condizione materiale del disabile, al quale deve essere contemporaneamente riconosciuta uguaglianza coi “normali” nella dignità, ma differenza di esigenze pratiche, senza il cui supporto il disabile può soffrire handicap di varia gravità nella vita quotidiana e sociale. Talvolta questa tensione è problematica in sé.

Per cui sì, sono abbastanza d’accordo con George Carlin quando denuncia il dilagare delirante degli eufemismi politically correct, ma credo che sia da prendere con la cautela di chi sa di dover guardare, ogni tanto, dentro la propria ipocrisia; non è certo un manuale per partire in quarta e offendere la gente.

Tutto questo comunque sapendo che alla fine gli eufemismi si logorano, e tocca sempre rilanciare. La vera battaglia si gioca sul campo di ciò che abbiamo in testa.

Vengo a “diversamente abile”.
Io credo che sia una immagine potente e liberatoria. 
Lo è per chiunque.

Siamo tutti potenzialmente disabili: la disabilità è una condizione per lo più oggettiva, ma almeno inizialmente non è sostanziale alla persona; viene piuttosto definita dalle esigenze del contesto. Penso ad esempio cosa vorrebbe dire per molti non avere la patente, o cosa significa non conoscere la lingua del paese in cui ti trovi.

Così come in fondo siamo tutti disabili, siamo anche tutti diversamente abili: guardarsi per valorizzare quanto sappiamo fare, invece che catalogarci stupidamente per ciò che non è alla nostra portata, è un esercizio utile a ciascuno. Se essere “normali” ci sottrae a questa occasione di pensiero, in fin dei conti è un handicap. Neanche tanto paradossalmente.

Quindi impieghiamo “diversamente abile” come un vestito della festa, nei contesti in cui è più efficace e significativo.

Per due motivi.

Il primo è che il termine “disabile” è migliore e più onesto, quando si tratta di ricordare e tenere presenti le esigenze di chi ha un handicap. Se un ingegnere in sedia a rotelle deve andare in anagrafe e l’ufficio non ha ascensore, rampa o servizi online, non se ne fa nulla di essere il più grande esperto mondiale di impianti antincendio. In quel momento egli è un disabile, nel senso più tecnico del termine.

Al secondo ho già accennato. Sono ormai anni che fioriscono varianti umoristiche come “diversamente giovani”, “diversamente belli” e “diversamente onesti”. 
Divertiamoci pure, ma io credo che questa moda sia frutto dell’abuso dell’espressione e ci porti, alla fine, a irriderla e svuotarla.

Non guastiamo questa bella occasione: usiamo “diversamente abile” e “disabile” (o equivalenti) nel modo più opportuno.

L’ennesima della SIAE

Domanda: a cosa serve la SIAE, nel 2014? O meglio, a cosa potrebbe ancora servire, anche lavorando bene? E… lavorando male?

La tassa sul telefonino è passata: firma per chiedere di annullarla

23 giugno 2014

La tassa sul telefonino è passata: firma per chiedere di annullarla

Il ministro Franceschini ha firmato il decreto che aumenta fino a 4 euro il prezzo di smartphone e tablet per fare un piacere alla Siae. Altroconsumo ricorrerà al Tar per fermare questa tassa ingiusta. Dallo studio voluto dallo stesso ministero emerge che solo 13 consumatori su 100 usano dispositivi tecnologici per archiviare copie private. Firma per sostenerci in questa battaglia.

Visto anche da Quintarelli.

Scientia Salon

L’instancabile Massimo Pigliucci ha traghettato il suo vecchio e onorato progetto, Rationally Speaking, su nuovi lidi.

È nato Scientia Salon, con ambizioni più vaste, forte di nuove collaborazioni.

scientias

Il problema delle due culture, evidentemente, non è forte solo in Italia. Ma qui avremmo bisogno più che altrove di esperienze di questo tipo.