Matrimonio

Io credevo di conoscere le linee principali del diritto di famiglia che noi italiani evoluti occidentali abbiamo conservato fino a pochissimi lustri fa; anche nei dettagli più distanti dalla sensibilità attuale.

Rovistando nel passato invece ho scoperto una perla che mi mancava.

Fino alla riforma del 1975, una straniera che sposasse un italiano acquisiva automaticamente la cittadinanza italiana. E un’italiana, quando sposava uno straniero, la PERDEVA.

Ovviamente lo stesso non valeva per l’uomo. Niente male, direi.

Mafia in Emilia

Qui vicino.

Avvocati antimafia, così Enza Rando e Libera sono diventati bersaglio dei clan

Venerdi scorso 25 novembre, ignoti si sono introdotti nello studio legale di Modena nel quale opera Enza Rando, avvocato e membro dell’Ufficio di Presidenza di Libera.
Non vogliamo azzardare ipotesi né formulare accuse e attendiamo con serenità e fiducia lo svolgimento delle indagini da parte di investigatori e magistrati. Non possiamo tuttavia ignorare la serie di attacchi, rivolti a Libera e poi volti a delegittimare la figura di Enza, che si sono succeduti da molti mesi a livello nazionale e locale.
Dopo quest’ultimo atto intimidatorio, è inevitabile il collegamento con il ruolo di Enza Rando nella costituzione di Libera come parte civile nei processi per mafia, ruolo che la vede in prima linea a guardare in faccia i malavitosi.
Costituzione di parte civile che porta i cittadini onesti ad assistere ai processi, riempiendo le aule giudiziarie di popolo italiano nel nome del quale è amministrata la giustizia.
Per questo affermiamo con forza che, chiunque voglia intimidire Enza, vedrà la reazione di una comunità di persone perbene, pronte ad ergersi a sue guardie del corpo civili e ad affiancarla con ancor maggiore impegno nelle battaglie che insieme conduciamo. Siamo tutti Enza Rando.

La Segreteria Provinciale di Libera Modena

Limitatamente alla coerenza

Riguardo al fertility day.

Chi mi conosce (o legge qualcosa qui) sa che sono tutt’altro che un natalista. Però, limitatamente alla coerenza (put your money where your mouth is) vorrei segnalare un “elefante” (uno dei tanti) nelle politiche socio-fiscali di questo paese.

Non è faccenda personale; alla fine, come sarà chiaro, mi costruisco le mie perequazioni. Ma la storia che segue è esemplare.

Io quest’anno ho un figlio che ha finito le medie; non pretendo che i testi siano gratuiti, per quanto si tratti di scuola dell’obbligo; però non sarebbe male poter detrarre quello scarno 19% che si nega a pochi oneri in dichiarazione; e invece no.

Questo ragazzo tra 5 giorni comincia il liceo; testi nuovi e ben più costosi dei precedenti; anche qui nessuna possibilità di detrazione.

Ho anche una figlia che sta facendo l’ultimo anno di nido; la spesa annua dalle mie parti è di almeno 3-4000 euro. Bene, io potrò in ogni caso portare a detrazione 632 euro, che rappresentano un credito di imposta finale di 120 euro.

Ok, non ci sono i soldi per le famiglie? Pazienza, d’accordo. Però…

…quest’anno io ho effettuato anche qualche lavoro in casa: sostituito la caldaia, sistemato delle pareti ancora fratturate dopo il sisma 2012, acquistato mobili… per un totale di circa 8000 euro.

Bene, nel 730 dell’anno prossimo potrò portare tutto in detrazione e ricevere dallo stato ben 4000 euro*.

Evidentemente i soldi ci sono o meno a seconda del valore e del significato attribuito al tipo di spesa.

Il merito della questione qui non è se sia o meno opportuno finanziare caldaie, scuole dell’infanzia, libri di testo o cacciabombardieri; solo, sono stufo di perdermi in argomentazioni, dietrologie e questioni antropologiche, quando si rischia di buttare le perle ai porci, analizzando solo la crosta di quelle che sembrano propaganda o indignazione, ma alla fine sono solo diversivi per far correre inchiostro ed elettroni.


* sia pure in 10 rate annuali: la cosa è finanziariamente significativa, ma le proporzioni sono tali che il discorso non cambia.

Due note rapide sulla “situazione smartphone”

Ormai non ho più l’abitudine di perdere tempo sul blog, ma non ho ancora mollato.

Ci sono sempre alcuni argomenti che mi stuzzicano; in particolare, credo che valga la pena di scrivere, molto umilmente, per gettare nella mischia alcune idee che vedo poco trattate.

Non ci tengo a scrivere inutilmente su argomenti già dibattuti, con ben maggiore competenza, altrove; però in certi casi preferisco fare la figura del dilettante e farmi sentire, se credo che il mio contributo sia originale e, magari, fecondo.

Ho discusso con un mio vecchio amico, paladino di Linux e del free software (categoria che in qualche modo include anche me). Lui è insofferente ai dispositivi mobile: li ritiene una moda, poco significativa se non addirittura perniciosa.

Anche se lui si trova un po’ all’estremo dello spettro su questo tema e potrebbe essere solo uno straw man, io ritengo (e sarei felice di essere smentito) che l’importante attivismo che ha circondato il software libero in ambito PC non si stia replicando nella stessa misura per i dispositivi mobili.

Ho l’impressione [imho] che professionisti e dilettanti del free software stiano rimanendo indietro su questo fronte. A prescindere da quanto “duri e puri” o meno siano rispetto al tema: sappiamo che ci sono posizioni diverse, ma questo è un aspetto diverso da quello che mi preoccupa ora.

Il mio amico mi scrive che “(…) prenderà un tablet o uno smartphone quando ci sarà una concreta “convergenza”, ad esempio grazie a Ubuntu touch.

Io ho due obiezioni; una nel merito dell’effettiva importanza della convergenza, l’altra su un errore di prospettiva.

La convergenza mi piace ancora ma non mi pare più sostanziale. Sicuramente sarebbe bello se si diffondesse Ubuntu touch, per tutta una serie di motivi. Ma semplicemente non accadrà; non a breve, almeno. E comunque non mi sembra un problema rilevante.

Tendenzialmente gli appassionati (e purtroppo anche molti professionisti) tendono a proiettare le loro esigenze e le loro capacità sugli altri. Io invece sto preoccupandomi di come un “attivista” possa migliorare, col suo contributo, l’esperienza del comune cittadino. Come possa costruire un ecosistema. Con Linux, OpenOffice e annessi questo è successo, anche se con qualche limite.

Rispetto ad Android, invece, non la vedo così. Il forum di XDA ha più di 5 milioni di utenti (!); anche mettendoci una pesante tara, c’è un serbatoio enorme di sviluppatori, power users e anche semplici utenti di ROM modificate (sono utili anche loro). Però mi sembra che il grosso lavoro svolto da queste persone si perda moltissimo in varianti più o meno inutili, con un grosso spreco dovuto alle ridondanze e a un maggioritario debordante interesse per la customizzazione estetica. Insomma, migliaia di ROM quasi tutte uguali che si distinguono per piccinerie e temi grafici.

Mi pare che in pochi si stiano preoccupando dei problemi principali (sicurezza, flessibilità, protezione dell’identità, etc.).

Intanto la gente sta mettendo tutta la sua vita nei cellulari: contatti sociali, storia foto e video della famiglia,  relazioni con la PA e relativi diritti civili, accesso alla banca, biglietti dei treni, documenti dell’abitazione…
Tutto questo sta accadendo ORA e senza tanti backup, sicurezze decenti, etc.
Capisco che magari al professionista strutturato non serva: anch’io per ora preferisco fare l’home banking dal PC e non dallo smartphone e stare più tranquillo. Non so quanto durerà.

Ma per la grande massa di utenti (ignara) è già un’urgenza, e serve almeno per Android, che resterà per un po’ ormai lo standard.
Soprattutto, Android avrebbe già la struttura per implementare tutto quello che serve, se l’ecosistema dei liberi sviluppatori non si dividesse tra chi schifa il mobile e chi fa mod più che altro per l’estetica e il gaming.

Il rischio, se non si sviluppa una soluzione libera competitiva, è che quando inizieranno i primi incidenti e/o i malfattori si saranno organizzati meglio per rubare identità e dati, la gente si affiderà alle soluzioni chiuse di chi fa HW e SO. È una prospettiva che forse mi fa meno paura del presente: saremo meno liberi, ma più sicuri e sereni.

Però tutto questo pippone lo sto facendo mettendomi nelle scarpe di chi ha creduto nel software libero: dopo tanto casino fatto per creare una alternativa a Microsoft, non si può abbandonare così il campo del mobile.

Giusto per fare un esempio: per la sicurezza, il suggerimento numero uno messo in rete dai produttori è “non fate il root del telefono!”.
Della serie “Il pericolo sei tu, è la tua troppa libertà”; lascia fare a noi.

Io non comprerei mai un PC senza poter essere amministratore. E non mi piacerebbe gestire una flotta aziendale di smartphone senza avere strumenti simili a quelli disponibili per i PC.

Certo è che il rooting, così come si deve gestire adesso, è un pasticcio. Troppo aperto, globale, approssimativo. Non è possibile trovarsi un dispositivo così “spalancato” dopo aver praticato il root; ma anche senza root, i terminali Android sono troppo aperti.

Si è in un limbo in cui chi vuole/deve amministrare seriamente il dispositivo ha pochi diritti, mentre l’utente tende ad averne sempre troppi.

Per esempio su Android non posso – nativamente – impedire a mio figlio di installare software, né su un terminale vergine né su uno rootato. E basta una-applicazione-una per bucarti il cellulare (se avete mai usato towelroot sapete di cosa parlo).

Mi piacerebbe avere un amministratore di sistema serio anche per ridurre i diritti del mio utente standard, come classicamente si fa (ehm, si dovrebbe fare) altrove.

Il punto principale è che non si può più scegliere: i cellulari SONO I PC DEL PRESENTE; li hanno già sostituiti, sono stati una nuova ondata di informatizzazione; forse la prima davvero popolare.

I professionisti sono una nicchia: è attraverso gli smartphone che ormai passeranno i diritti civili di tutti i comuni cittadini.

Un uomo in fuga?

Ciao amici, mi tolgo da Facebook. È stato divertente e a volte anche utile, ma considero inaccettabili le sue condizioni. Forse è già troppo tardi, ma mi levo questa soddisfazione. Ci vediamo in altri posti e su altri canali. Grazie di tutto.

Diversamente abili

Il destino dell’espressione “diversamente abile” non è ancora irreparabilmente segnato, ma non ci sono grandi segni che inducano a sperare.
Se tutto va com’è andato finora, la locuzione sarà consegnata alla storia come l’ennesimo eufemismo a perdere.
Peccato, perché sarebbe (e siamo ancora in tempo) un’ottima occasione per riflettere, mentre si parla, sui valori e sul valore che attribuiamo alle persone; includendo ovviamente noi stessi.
Io ritengo che l’errore principale in proposito sia pretendere di usare “diversamente abile” al posto di “disabile” in ogni occasione, condannandolo al logorio e all’obsolescenza.

Premetto che io non sono contrario di per sé agli eufemismi, e racconterò un esempio, in modo da chiarire al meglio la specificità dell’espressione in oggetto.

Parecchi anni or sono mi è successo di fare da assistente personale, per qualche giorno, a un fisioterapista che aveva perso la vista da giovane.
La prima cosa che mise in chiaro fu che non voleva essere chiamato cieco, mostrandomi varie accezioni negative del termine nell’uso comune e soprattutto raccontando la sua esperienza in istituto, dove assieme agli altri non vedenti veniva fustigato moralmente. Se lui e i compagni erano ciechi doveva essere per forza a causa dei peccati loro o dei loro genitori.
Quindi no, grazie, fate la fatica di usare un’espressione più lunga, se non altro per dimostrare che avete capito.

È stata per me una esperienza illuminante, perché per formazione non avevo ancora realizzato che, oltre ai disagi materiali, i disabili hanno sempre dovuto affrontare un grande ostacolo sociale e civile: lo stigma.

Da allora ho un rapporto ambivalente con questo genere di eufemismi. Da una parte li considero delle ipocrisie, perché il male è nell’occhio di chi guarda e nella semantica di chi parla. Dall’altra, conosco una regola di fondo della comunicazione: non si può controllare il valore che il ricevente dà alle parole; bisogna solo tenerne conto e regolare il proprio output di conseguenza. Quindi è importante avere sensibilità mentre ci si esprime.

Parentesi: questa ambivalenza riflette una analoga condizione materiale del disabile, al quale deve essere contemporaneamente riconosciuta uguaglianza coi “normali” nella dignità, ma differenza di esigenze pratiche, senza il cui supporto il disabile può soffrire handicap di varia gravità nella vita quotidiana e sociale. Talvolta questa tensione è problematica in sé.

Per cui sì, sono abbastanza d’accordo con George Carlin quando denuncia il dilagare delirante degli eufemismi politically correct, ma credo che sia da prendere con la cautela di chi sa di dover guardare, ogni tanto, dentro la propria ipocrisia; non è certo un manuale per partire in quarta e offendere la gente.

Tutto questo comunque sapendo che alla fine gli eufemismi si logorano, e tocca sempre rilanciare. La vera battaglia si gioca sul campo di ciò che abbiamo in testa.

Vengo a “diversamente abile”.
Io credo che sia una immagine potente e liberatoria. 
Lo è per chiunque.

Siamo tutti potenzialmente disabili: la disabilità è una condizione per lo più oggettiva, ma almeno inizialmente non è sostanziale alla persona; viene piuttosto definita dalle esigenze del contesto. Penso ad esempio cosa vorrebbe dire per molti non avere la patente, o cosa significa non conoscere la lingua del paese in cui ti trovi.

Così come in fondo siamo tutti disabili, siamo anche tutti diversamente abili: guardarsi per valorizzare quanto sappiamo fare, invece che catalogarci stupidamente per ciò che non è alla nostra portata, è un esercizio utile a ciascuno. Se essere “normali” ci sottrae a questa occasione di pensiero, in fin dei conti è un handicap. Neanche tanto paradossalmente.

Quindi impieghiamo “diversamente abile” come un vestito della festa, nei contesti in cui è più efficace e significativo.

Per due motivi.

Il primo è che il termine “disabile” è migliore e più onesto, quando si tratta di ricordare e tenere presenti le esigenze di chi ha un handicap. Se un ingegnere in sedia a rotelle deve andare in anagrafe e l’ufficio non ha ascensore, rampa o servizi online, non se ne fa nulla di essere il più grande esperto mondiale di impianti antincendio. In quel momento egli è un disabile, nel senso più tecnico del termine.

Al secondo ho già accennato. Sono ormai anni che fioriscono varianti umoristiche come “diversamente giovani”, “diversamente belli” e “diversamente onesti”. 
Divertiamoci pure, ma io credo che questa moda sia frutto dell’abuso dell’espressione e ci porti, alla fine, a irriderla e svuotarla.

Non guastiamo questa bella occasione: usiamo “diversamente abile” e “disabile” (o equivalenti) nel modo più opportuno.

Un tanto al chilo

Qualche giorno fa, non dico come non dico dove, Eugenio Benetazzo mi ha aggiunto alle sue cerchie. E va be’.

Direttamente dalla sua pagina arrivo a un suo articolo, che parla di immigrazione.

Tralascio tutto il resto (vuol dire tralasciare tanto) e mi soffermo su una perla. Lui afferma che in tanti potrebbero arrivare, ammalati di scabbia e di vaiolo.

Ora, se il resto di quello che scrive Benetazzo è accurato quanto le sue dichiarazioni in campo medico, state freschi.

Aggiornamento: ho fatto qualche ricerca e risulta una storia vecchia. Difficile credere che non glielo abbiano segnalato. Non so davvero cosa pensare.

L’ennesima della SIAE

Domanda: a cosa serve la SIAE, nel 2014? O meglio, a cosa potrebbe ancora servire, anche lavorando bene? E… lavorando male?

La tassa sul telefonino è passata: firma per chiedere di annullarla

23 giugno 2014

La tassa sul telefonino è passata: firma per chiedere di annullarla

Il ministro Franceschini ha firmato il decreto che aumenta fino a 4 euro il prezzo di smartphone e tablet per fare un piacere alla Siae. Altroconsumo ricorrerà al Tar per fermare questa tassa ingiusta. Dallo studio voluto dallo stesso ministero emerge che solo 13 consumatori su 100 usano dispositivi tecnologici per archiviare copie private. Firma per sostenerci in questa battaglia.

Visto anche da Quintarelli.

Viviamo nei veleni

Una doverosa segnalazione:

Il 19 marzo alle ore 16 a Roma vi sarà la conferenza stampa di lancio della

Campagna Nazionale per la difesa
del latte materno dai contaminanti ambientali

La Campagna, promossa da diverse associazioni di medici e di genitori, lancia un forte allarme sulle prospettive di salute in Italia, dovute agli insufficienti controlli dei livelli di contaminanti presenti nell’ambiente, e ha delle precise richieste:

  • la ratifica della Convenzione di Stoccolma (che fissa limiti severi e rigide misure di controllo all’emissione in ambiente di sostanze inquinanti e persistenti).
  • Il biomonitoraggio a campione del latte materno, che è un indicatore molto attendibile dello stato dell’ambiente di vita della madre; quindi il latte materno è una cartina al tornasole della salubrità dell’ambiente in cui tutti viviamo, ed è per questo stato scelto come simbolo di questa Campagna.
  • La sostituzione di pratiche inquinanti con pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero, il riciclo e la trasformazione a freddo dei materiali.
  • L’adozione di strumenti di controllo efficaci e continuativi da applicare a tutti gli impianti fonti di diossina e non eliminabili.
  • L’approvazione del disegno di legge per creare un marchio “dioxin free” per gli alimenti.

A questo link si può leggere l’intero Manifesto della Campagna, nonché il programma della conferenza stampa del 19/03.

È possibile aderire alla Campagna sia a livello individuale che come associazione.