Stereotipi da sfatare sulla donazione di sangue

L’AVIS di Modena ha pubblicato una pagina interessante che vale la pena di leggere:

Dieci piccoli errori – Le false notizie da sfatare sulla donazione.

Sulla donazione del sangue se ne sentono di tutti i colori e non sempre siamo in grado di rispondere con esattezza alle affermazioni giuste o sbagliate che ci vengono rivolte. Essere donatore significa anche essere informati correttamente. Ecco allora il decalogo degli errori più comuni che possono portare a disguidi, equivoci e anche a rinunce a donare il sangue.

Continua…

Straccia ca**o

Da FB (se è autentico, ma non ho molti dubbi, ricordando quel che avevo visto riguardo a Nutella):

macine-palma

Boh, qui c’è qualcuno che crede di essere in Unione Sovietica…

  • Le Macine non sono una Fornitura Ministeriale con ricetta stabilita per decreto; se Barilla decide di cambiarla, penso che sia per venderne di più o ridurre il calo che probabilmente ha notato da quando in molti si sono rivolti alle alternative.
  • Per lo stesso motivo, la simpatica persona che scrive quanto sopra può comprare qualcos’altro; non c’è ancora una legge che ci obbliga ad un marchio e un prodotto.
  • Evitare il grasso di palma e ridurre il grasso in assoluto sono due scelte diverse; probabilmente è la seconda che peggiora il gusto. Io però non faccio ricorso al TAR, compro qualcos’altro.
  • Le macine ci sono da più di 30 anni; non credo che una volta le facessero col grasso di palma.
  • I biscotti sono – in generale – micidiali. Il contenuto energetico per pezzo è ben più alto di quanto sembri e se non li metti contati nel piatto stai sicuro che ti impalli di calorie.
  • Che aggiungere? VIVA IL BURRO!

Diversamente abili

Il destino dell’espressione “diversamente abile” non è ancora irreparabilmente segnato, ma non ci sono grandi segni che inducano a sperare.
Se tutto va com’è andato finora, la locuzione sarà consegnata alla storia come l’ennesimo eufemismo a perdere.
Peccato, perché sarebbe (e siamo ancora in tempo) un’ottima occasione per riflettere, mentre si parla, sui valori e sul valore che attribuiamo alle persone; includendo ovviamente noi stessi.
Io ritengo che l’errore principale in proposito sia pretendere di usare “diversamente abile” al posto di “disabile” in ogni occasione, condannandolo al logorio e all’obsolescenza.

Premetto che io non sono contrario di per sé agli eufemismi, e racconterò un esempio, in modo da chiarire al meglio la specificità dell’espressione in oggetto.

Parecchi anni or sono mi è successo di fare da assistente personale, per qualche giorno, a un fisioterapista che aveva perso la vista da giovane.
La prima cosa che mise in chiaro fu che non voleva essere chiamato cieco, mostrandomi varie accezioni negative del termine nell’uso comune e soprattutto raccontando la sua esperienza in istituto, dove assieme agli altri non vedenti veniva fustigato moralmente. Se lui e i compagni erano ciechi doveva essere per forza a causa dei peccati loro o dei loro genitori.
Quindi no, grazie, fate la fatica di usare un’espressione più lunga, se non altro per dimostrare che avete capito.

È stata per me una esperienza illuminante, perché per formazione non avevo ancora realizzato che, oltre ai disagi materiali, i disabili hanno sempre dovuto affrontare un grande ostacolo sociale e civile: lo stigma.

Da allora ho un rapporto ambivalente con questo genere di eufemismi. Da una parte li considero delle ipocrisie, perché il male è nell’occhio di chi guarda e nella semantica di chi parla. Dall’altra, conosco una regola di fondo della comunicazione: non si può controllare il valore che il ricevente dà alle parole; bisogna solo tenerne conto e regolare il proprio output di conseguenza. Quindi è importante avere sensibilità mentre ci si esprime.

Parentesi: questa ambivalenza riflette una analoga condizione materiale del disabile, al quale deve essere contemporaneamente riconosciuta uguaglianza coi “normali” nella dignità, ma differenza di esigenze pratiche, senza il cui supporto il disabile può soffrire handicap di varia gravità nella vita quotidiana e sociale. Talvolta questa tensione è problematica in sé.

Per cui sì, sono abbastanza d’accordo con George Carlin quando denuncia il dilagare delirante degli eufemismi politically correct, ma credo che sia da prendere con la cautela di chi sa di dover guardare, ogni tanto, dentro la propria ipocrisia; non è certo un manuale per partire in quarta e offendere la gente.

Tutto questo comunque sapendo che alla fine gli eufemismi si logorano, e tocca sempre rilanciare. La vera battaglia si gioca sul campo di ciò che abbiamo in testa.

Vengo a “diversamente abile”.
Io credo che sia una immagine potente e liberatoria. 
Lo è per chiunque.

Siamo tutti potenzialmente disabili: la disabilità è una condizione per lo più oggettiva, ma almeno inizialmente non è sostanziale alla persona; viene piuttosto definita dalle esigenze del contesto. Penso ad esempio cosa vorrebbe dire per molti non avere la patente, o cosa significa non conoscere la lingua del paese in cui ti trovi.

Così come in fondo siamo tutti disabili, siamo anche tutti diversamente abili: guardarsi per valorizzare quanto sappiamo fare, invece che catalogarci stupidamente per ciò che non è alla nostra portata, è un esercizio utile a ciascuno. Se essere “normali” ci sottrae a questa occasione di pensiero, in fin dei conti è un handicap. Neanche tanto paradossalmente.

Quindi impieghiamo “diversamente abile” come un vestito della festa, nei contesti in cui è più efficace e significativo.

Per due motivi.

Il primo è che il termine “disabile” è migliore e più onesto, quando si tratta di ricordare e tenere presenti le esigenze di chi ha un handicap. Se un ingegnere in sedia a rotelle deve andare in anagrafe e l’ufficio non ha ascensore, rampa o servizi online, non se ne fa nulla di essere il più grande esperto mondiale di impianti antincendio. In quel momento egli è un disabile, nel senso più tecnico del termine.

Al secondo ho già accennato. Sono ormai anni che fioriscono varianti umoristiche come “diversamente giovani”, “diversamente belli” e “diversamente onesti”. 
Divertiamoci pure, ma io credo che questa moda sia frutto dell’abuso dell’espressione e ci porti, alla fine, a irriderla e svuotarla.

Non guastiamo questa bella occasione: usiamo “diversamente abile” e “disabile” (o equivalenti) nel modo più opportuno.

Viviamo nei veleni

Una doverosa segnalazione:

Il 19 marzo alle ore 16 a Roma vi sarà la conferenza stampa di lancio della

Campagna Nazionale per la difesa
del latte materno dai contaminanti ambientali

La Campagna, promossa da diverse associazioni di medici e di genitori, lancia un forte allarme sulle prospettive di salute in Italia, dovute agli insufficienti controlli dei livelli di contaminanti presenti nell’ambiente, e ha delle precise richieste:

  • la ratifica della Convenzione di Stoccolma (che fissa limiti severi e rigide misure di controllo all’emissione in ambiente di sostanze inquinanti e persistenti).
  • Il biomonitoraggio a campione del latte materno, che è un indicatore molto attendibile dello stato dell’ambiente di vita della madre; quindi il latte materno è una cartina al tornasole della salubrità dell’ambiente in cui tutti viviamo, ed è per questo stato scelto come simbolo di questa Campagna.
  • La sostituzione di pratiche inquinanti con pratiche virtuose quali la riduzione, il recupero, il riciclo e la trasformazione a freddo dei materiali.
  • L’adozione di strumenti di controllo efficaci e continuativi da applicare a tutti gli impianti fonti di diossina e non eliminabili.
  • L’approvazione del disegno di legge per creare un marchio “dioxin free” per gli alimenti.

A questo link si può leggere l’intero Manifesto della Campagna, nonché il programma della conferenza stampa del 19/03.

È possibile aderire alla Campagna sia a livello individuale che come associazione.

Ignoranza economica?

Nel servizio del TG1-online “Bimbo quanto mi costi!” troviamo una interessante versione della legge della domanda e dell’offerta:

Ma perché in Italia il latte materno costa di più? “Perché in Italia si allatta al seno maggiormente che in altri Paesi e quindi c’è meno richiesta”, la risposta di Mele. Insomma, la legge della domanda e dell’offerta: se per un prodotto c’è meno richiesta, allora costa di più.

Io non voglio arrivare a dire che Mele stia velatamente insinuando che la colpa dei prezzi alti è delle mamme che allattano al seno.

Ma non voglio nemmeno scomodare Phastidio per trovare una risposta alla domanda:

è ignoranza economica di uno, o sfruttamento di quella di molti?

Io partirei da un indizio: la frase “in Italia si allatta al seno maggiormente che in altri Paesi” è sospetta, perché non rappresenta nulla; potrebbe trattarsi dei soli tre paesi al mondo in cui si allatta meno che da noi, o altri nei quali comunque il latte in formula costa di più. Inoltre, qualche mia conoscenza sta già verificando i prezzi nei paesi in cui si allatta più che in Italia.

Come si fa a suicidarsi a 95 anni? Te lo dico io

Pensare che a Monicelli sia mancato qualcosa:
una consolazione, un conforto, un coraggio.

Che enorme mancanza di rispetto.

Tra l’altro, come non pensare che proprio certe pelosa carità potrebbero averlo spinto all’atto finché sapeva di poterlo fare da solo? Semplicemente, di poterlo fare?

Mi torna in mente la fine di Zénon ne L’Œuvre au noir.

Su sé stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano.