This is your brain on shit

Premessa: è curioso vedermi scrivere di una cosa morta (che non avrebbe dovuto interessare più nessuno ma che purtroppo aveva ancora un grosso seguito) dentro un’altra cosa morta che sicuramente non interessa più nessuno. Ma del resto qui ho sempre scritto più che altro per me; mi è servito molto e mi fa piacere – per ora – conservare questa mia propaggine vestigiale.

Quando mesi fa ho appreso dello scivolone di Insinna ho pensato, absit iniuria, a Horst Tappert. Scherzando ma non troppo, secondo me l’attore di Derrick andava punito più per il telefilm che per il suo passato nelle SS. Allo stesso modo perdono più volentieri a Insinna l’incidente mediatico che il fatto stesso di avere condotto Affari tuoi.

Rispetto a questa roba preferisco perfino la demolizione del concerto di Vasco

Per anni ho visto mio padre perdere vagoni di tempo dietro a queste cazzate, logorandosi davanti alla televisione; la questione è stata sempre il principale motivo di attrito tra noi. Non mi capacitavo del fatto che una persona con le sue prerogative e la sua formazione si abbrutisse in quel modo. E proprio perché credo che ognuno abbia diritto alla propria dose di pornografia, penso che mai come in questa area sia la quantità a fare il veleno.

Ora che se n’è andato sono più indulgente su tanti ricordi, ma non su questo.

Alla fine, se è vero che da anni coltivo la mia personale fuga di Logan dai mass media e ritengo che ogni fruitore faccia quello che vuole, a livello epidemiologico sono enormi le responsabilità di chi decide l’offerta e la programmazione.

Io credo che non ci sia contraddizione tra la responsabilità individuale degli spettatori e quella di chi gestisce i substrati culturali su cui si accrescono le conoscenze di tutti.

Così come non è vero che è tutta una grande persuasione pianificata, non è neanche vero che chi produce offre solo quel che il mercato richiede. Il circolo vizioso può e deve essere intaccato su più fronti.

Matrimonio

Io credevo di conoscere le linee principali del diritto di famiglia che noi italiani evoluti occidentali abbiamo conservato fino a pochissimi lustri fa; anche nei dettagli più distanti dalla sensibilità attuale.

Rovistando nel passato invece ho scoperto una perla che mi mancava.

Fino alla riforma del 1975, una straniera che sposasse un italiano acquisiva automaticamente la cittadinanza italiana. E un’italiana, quando sposava uno straniero, la PERDEVA.

Ovviamente lo stesso non valeva per l’uomo. Niente male, direi.

Ragazzi, ma voi ci credete?

Parto da un ormai vecchio post di Giuseppe, ma la farò molto breve.

È ormai un luogo comune quello dei top manager che si alzano presto la mattina (o meglio, nel cuore della notte).

A me vien subito da pensare “E poi condannano la droga, o il doping nello sport…”.

E di un Francesco Costa non so cosa pensare: ma ci crede veramente a queste storie? Secondo me è tutta propaganda per le masse. O almeno lo spero: se non ci raccontano balle, allora non hanno capito un tubo.

PS: Andrea Strozzi apre il tema, ma non lo sviluppa…

Nativi digitali?

Mio figlio e compagni (13 anni) hanno dovuto realizzare una ricerca particolare, i cui risultati dovevano essere esposti oralmente in una ripresa video.

Idea molto interessante della professoressa di scienze, che ha comportato la messa in campo di varie competenze, tra cui la raccolta, la scrittura, la sintesi, la produzione dal vivo e il montaggio.

I ragazzi non hanno faticato a organizzarsi coi cellulari per creare i contenuti.

Però solo in due sono stati in grado di trasferire – alla fine – i video dal telefono al PC della LIM in classe.

Io tutte le volte che sento dire “Ah, i ragazzi sono proprio avanti su queste cose” penso che il problema sia unicamente che siamo sono noi vecchi a essere ignoranti; troppo indietro anche per capire che nemmeno i nostri figli e nipoti sono dei fenomeni.

E mi sembra di non essere l’unico a sostenere che i ragazzi – in media – non hanno una vera cultura dei mezzi che si trovano in mano.

Una scuola nelle mani di Dio

Ho pensato che questa cosa della aumentata autorità dei dirigenti scolastici fosse una specie di follia, di vago sapore retrò (se qualcuno vuole usare un altro termine, faccia).

Forse gli strumenti di democrazia e partecipazione nella scuola hanno fallito, forse serve una maggiore libertà di azione, ma resta il fatto che non c’è garanzia che un preside abbia le capacità di decidere al meglio su tutto, anche nel caso più ottimistico.

Però ho pensato anche: la Chiesa Cattolica non è mica una democrazia. I cristiani non si lamentano praticamente mai dei vescovi. O almeno, del loro vescovo. Sotto la direzione dei vescovi tutto va che è una bellezza.

Perché i vescovi hanno dalla loro lo Spirito Santo. I presidi no.

La soluzione finale è affidare la scuola ai vescovi.

Così risolviamo una volta per tutte anche l’altra questione.

Del caso Google-Internazionale e di come la gente vede le cose

Sono abbonato a Internazionale, e ho letto questo editoriale quando ancora non era disponibile sul web.

Un po’ di giorni dopo mi imbatto in questo articolo, “Il caso Google-Internazionale: una polemica che ha poche ragioni d’esistere“.

Non sono stato sorpreso tanto dall’editoriale di De Mauro quanto dalle reazioni che ho letto in giro.

Dispiace rendersi conto che molti – appartenenti tra l’altro a una fascia discretamente alfabetizzata – non percepiscono il problema e anzi mancano completamente il merito della questione.

Lo si capisce già dalle parole del titolo, e viene confermato dai commenti: in verità non c’è nessuna “polemica”, il direttore di Internazionale non si è lamentato con Google, nessuno ha fatto la vittima e in buona sostanza non è successo ancora alcunché.

Non si tratta di giudicare se Google sia “buona o cattiva” (io mi sento relativamente tranquillo, anche se) o se tecnicamente ci sia stato davvero un blocco del sito (non c’era, come del resto premesso da De Mauro).

Si tratta di capire cosa stiamo costruendo tutti assieme, in larga parte con azioni solo parzialmente consapevoli; e di valutare l’importanza delle “impostazioni predefinite” o di “default”. Che è enorme, soprattutto nella fascia maggioritaria (per usare un eufemismo) dei fruitori di internet.

Si tratta anche di comprendere che le posizioni di potere sono una realtà e un problema oggettivi: contare – sperare – sull’onestà di chi le ricopre è un po’ imprudente o perlomeno superficiale. Finché va bene, va bene; ma poi?

Una situazione molto simile è quella che abbiamo avuto in Italia nella percezione collettiva del conflitto di interessi. Quello di Berlusconi è uno dei più pesanti ed evidenti; anche se non è certo l’unico*, lo voglio prendere come spunto per una considerazione su come vedo molti ragionare.

Per anni ci siamo scannati sui conflitti di Silvio, e (imho) per una grossa parte della platea il punto era stabilire se ci fosse o no un comportamento di abuso. Ma la questione non era quella, o meglio, non avrebbe mai dovuto esserlo.

Quando ci si trova a indagare se qualcuno in condizione di conflitto di interessi ha abusato o meno della sua posizione, è già troppo tardi.

Il conflitto di interessi è una condizione oggettiva: non dipende dall’onestà o dalla correttezza di chi vi si trova. Se sono in conflitto di interessi ci sono e basta, a prescindere dalla mia volontà.

In molti casi, direi quasi “per definizione”, chi si trova in situazione di conflitto non può comunque agire in modo corretto, nemmeno con la migliore delle intenzioni.

Riportando tutto al tema iniziale: Google, Facebook, Wikipedia – e il prossimo che arriverà – hanno un bel potere su una fetta sempre più grande della nostra vita. Io ho spontaneamente pregiudiziali positive e in generale sono un utilizzatore riconoscente. Ma se non siete già di vostro un poco preoccupati per questa tendenza generale al monopolio, non so davvero che altro dirvi.

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* non è neanche uno solo, a voler esser precisi