Disavventure: aggiornamento a Windows 10 mobile

Giusto due appunti in italiano per qualcuno che avesse le stesse noie…

Anche senza fare confronti col vero e proprio stalking che Microsoft per mesi ha praticato per farci passare a Windows 10 sui PC, sembra che nessuno abbia così voglia di facilitare la migrazione di molti telefoni Lumia a 10 Mobile.

Io ho un Lumia 640 LTE aziendale; la versione 8.1 di Windows Phone ha ancora alcuni shortcomings davvero imbarazzanti (mancanza di una rubrica decente, di un calendario degno del nome e del quick dialing, per dire!).

Sono mesi che ogni tanto compulso invano la sezione aggiornamenti delle impostazioni. Ci hanno messo un anno dal rilascio ufficiale di 10 Mobile a renderlo disponibile per il 640 col nostro operatore telefonico, ma anche adesso non ci arriva nessun avviso. Che timidezza…

Scopro che l’upgrade advisor ancora presente su Store è un passo falso: bisogna usare il Gestore Spazio Aggiornamenti; attenzione, perché qui non si effettua l’aggiornamento vero e proprio, ma si abilita Windows 10 nella sezione aggiornamenti di cui sopra (mi viene in mente Azael quando scrive delle “operazioni sugli aggiornamenti“).

Riesco così ad aggiornare a Windows 10 mobile ma ho parecchie noie: la fotocamera va in crash e non riesco ad applicare i successivi update (errore 0x800f081f), fra cui l’ormai fantomatico 1607.

L’odissea fa un giro di boa con il Windows Device Recovery Tool, che mi permette di resettare il telefono, reinstallando tuttavia una versione vecchia di Windows Phone e perdendo tutti i dati (nessun problema però, perché Ripeti con me: “Il backup e’ Bello, Il Backup e’ Buono, Il Backup mi fa dormire sereno alla notte…”).

Da lì rifaccio tutto il giro: update incrementali della 8, poi Gestore Spazio Aggiornamenti, poi Win 10, infine la 1607 che va su senza troppi problemi.

Per ora Windows 10 mobile mi sembra decente; sicuramente è più usabile dei precedenti.

 

Niente che valga il cuoio

Superstizione e artigianato

Poiché l’argomento è risultato cosi molesto agli scienziati non ci si poteva aspettare che i nostri antenati lo affrontassero in maniera molto logica, e difatti nessun argomento tecnico è mai stato cosi profondamente infestato da superstizioni. Si potrebbe, e forse si dovrebbe, scrivere un libro lungo e per lo più raccapricciante, sulle superstizioni connesse con la lavorazione e con la fabbricazione dei materiali. Nell’antica Babilonia la lavorazione del vetro richiedeva l’uso di embrioni umani; delle spade giapponesi si diceva che fossero state temprate immergendole, ancora roventi, nel corpo di prigionieri vivi. Erano comuni i casi di seppellimento di vittime nelle fondamenta di edifici e ponti: ai tempi dei Romani si ricorreva invece a una bambola. Tutto ciò non si discorda troppo da molti aspetti dell’antropologia primitiva, e sembra che si basasse sull’idea che la nuova struttura dovesse avere una vita propria.

Recentemente siamo diventati meno crudeli, ma forse non molto meno superstiziosi. In ogni modo alcuni tratti di irrazionalità riguardo ai materiali persistono ancora in tutti noi. Per esempio, la questione dei materiali nuovi contro quelli vecchi, e di quelli naturali contro quelli sintetici è affrontata da molta gente con un calore emotivo che è raramente basato su conoscenze reali o su prove sperimentali. Questi pregiudizi sono più forti nei campi non strutturali dove non c’è “niente che valga la lana” oppure “niente che valga il cuoio”, ma sotto diffusi anche nel settore delle costruzioni.

Tutti questi atteggiamenti sono in realtà riconducibili all’idea di un certo vitalismo dei materiali, una vis viva da cui dipende l’attendibilità della sostanza; un operaio vi dirà che la tal cosa si è rotta perché “l’anima ne è uscita fuori”. Durante l’ultima guerra mi occupavo dei rifornimenti di bambù per costruire aquiloni per sbarramenti antiaerei. Un importatore di bambù mi disse che aveva difficoltà a tenere in magazzino le lunghezze di cui avevamo bisogno, perché, visto che bisognava tenerle orizzontali, occupavano tantissimo spazio. Gli chiesi perché non le immagazzinava verticalmente. “Se lo facessi – egli mi rispose – l’anima scapperebbe fuori dalle estremità”.

In passato, beninteso, l’istinto e l’esperienza erano l’unica guida nella scelta dei materiali e nella progettazione di strutture e di utensili. Gli artigiani erano talvolta abbastanza bravi, ma sarebbe sbagliato esagerare le virtù dell’indirizzo tradizionale; l’oggetto finito può avere anche un aspetto splendido, ma la progettazione strutturale è spesso mediocre e talvolta pessima. Le ruote spesso si staccavano dalle carrozze perché i carrozzieri non erano capaci di montarle come si doveva. Analogamente, lungo le vie marittime, le navi di legno hanno sempre fatto acqua, senza necessità, perché i maestri d’ascia non capivano la natura di uno sforzo di taglio e molti di essi, mi dispiace dirlo, non la capiscono ancora.

Tale digressione sugli aspetti prescientifici dell’argomento potrebbe sembrare fuori posto in un libro dedicato alla moderna scienza dei materiali, ma quest’ultima, come la scienza medica, ha dovuto farsi strada lottando continuamente contro molte usanze tradizionali e leggende sciocche. Non prendere in considerazione il pozzo di anti-scienza da cui la scienza dei materiali ha dovuto emergere non sarebbe realistico.

James Edward Gordon – Strutture – Mondadori EST

Spam km zero

Dev’essere stato Zaia.
Dopo McDonald’s ha convinto pure l’anonima spammers.

Basta con la posta che ci invade partendo dalla perfida Albione!

Finalmente si realizza un prodotto genuino e dal volto familiare (anche a costo di farsi scappare qualche arcaismo).

Ecco, in qualità di esempio, alcuni mittenti arrivati in casella:

Diritti digitali

Cronaca vera di stamattina.

Spostando materiale sulla rete aziendale:

“L’utente non è autorizzato a visualizzare i diritti sul file, ma è autorizzato a modificarli”

La dura vita del turista infermo ai tempi del marketing farmaceutico

Cliente (io) – Vorrei del JKXYZ.
Farmacista – Da 10, 20 o 30?
C – In che senso?
F – È il numero di bustine per scatola.
C – Mah, facciamo quella da 30.
F – Se vuole spendere meno, c’è anche il generico.

(mi avvicino, vedo il prodotto di marca e almeno 2 generici, in vari formati)

C – Beh, mi lasci dare un’occhiata ai prezzi…
F – Ma vuole proprio le bustine, o preferisce le compresse?
C – Ah, ci sono anche quelle… no, andiamo con le bustine.
F – Quello di marca?
C – Sì, vada con quello, da 30, che costa comunque meno.
F – Tipo Normale o Sport?

(momento di crisi epistemologica)

C – Ehm, accettate carte Visa?
F – Un attimo, chiedo (si gira). Sì, certo.
C – Tutti. Li compro tutti. Basta.

(pago)

C – Scusi, una curiosità: qual è la differenza tra lo Sport e il Normale?
F – Nessuna.
C – Ah, volevo ben dire.

Tieni a bada i tuoi sviluppatori
(I know my chicken)

Il bello di potere esaminare i software in beta è anche avere il privilegio di conoscere dettagli che non vedranno mai la luce (per fortuna).

Ogni tanto qualcuno si sveglia con idee luminose che infila lì senza chiedere prima.

Ogni tanto questo è positivo: management e marketing tendono a soffocare anche le buone idee.

Ciò premesso, ecco una delle novità della beta 1 di SolidWorks 2009:

Inutile dire che i beta tester – trattandosi di un cad 3D serio* – hanno normalizzato la situazione in 23″ e la prima richiesta per la beta 2 è stata di vedere questo:

* O almeno così vorrebbero!

Storie dalla sala macchine #4

Il Service Pack 4.0 di SolidWorks 2008 (un software usato da 800’000 persone, caput più, caput meno) verrà rilasciato oggi, con 4 giorni di ritardo rispetto alle previsioni.

Per correggere un errore che ho scoperto io.

Sono soddisfazioni…

Come mi diceva Davidone al mio primo impiego:

Volevi essere ricco, importante e famoso?
Be’, per ora sei solo importante…