Tommy Can You Hear Me?

Girovago sul Tube per distrarmi un po’  (ne ho bisogno) quando mi imbatto in un nugolo di video il cui scopo sarebbe quello di mostrare la differenza tra il suono dei CD e quello dei dischi analogici in vinile.

Il tutto ovviamente passato nel bottleneck del suono compresso di Youtube!

Demenziale!!!

E giù i vari anelli mancanti a rimarcare e giustificare le differenze sulla base di supposizioni alchemiche.

Eppure le differenze si sentono eccome. Solo che non sono dovute al supporto, ma alla rivoluzione sonora commerciale degli ultimi anni*.

Quale rivoluzione? La loudness war.

Che il supporto finale da noi acquistato c’entri relativamente si può inferire dal fatto che la sopracitata pagina di Wikipedia compari 4 rimasterizzazioni tutte su CD della stessa canzone .

NB: questo post non vuole comunque proclamare l’equivalenza tra CD e vinile.
È solo un esempio di come un avanzamento tecnologico possa portare – per vie non sempre aderenti a quelle paventate dai luddisti – a un decremento della qualità, almeno nel mainstream.

* Per quanto l'avvento dei mezzi digitali
sia stato indirettamente la  causa di tutto questo.

Stick, slip, stick, slip… stick

Ma un decennio passato a sostituire i mancati aumenti di reddito da lavoro con aumento dell’indebitamento, “garantito” dall’effetto-ricchezza immobiliare e finanziaria, sembra non aver insegnato nulla. Mercato azionario ancora su, almeno nel breve termine, nel lungo saremo morti. Per il debito.

(***)

Vuoto a mèrdere – 2

Si discuteva ieri sera della “bella moda” dei sacchetti degradabili per la spesa.

Personalmente la trovo una pessima idea: deresponsabilizzante e inutile. Se l’obiettivo era scoraggiare l’uso delle sporte usa e getta sostituendole con un tipo più scadente, visto lo stile dirigista tanto valeva vietarne l’uso tout court.

Avevo già sfiorato l’argomento parecchio tempo fa (e forse ne ho trattato anche altrove).

Il mio retaggio di specialista mi fa aborrire l’idea di peggiorare un materiale per fingere di togliercelo (letteralmente) dalle scatole.

Ma ne scrive più diffusamente Ugo Bardi.

È un genio o porta sfiga?

Premessa importante: le parole che seguono (liberamente tradotte) risalgono al 2004; l’inizio approssimativo dello scenario descritto era stimato per circa 5 anni dopo.

Le conseguenze del picco mondiale del petrolio sulla famiglia media potrebbero non manifestarsi subito. Dato che l’economia è così intimamente legata al costo dell’energia, ci troveremmo probabilmente in una recessione economica.
Un trend di netto rallentamento delle attività, dovuto alla minore energia disponibile ad alimentarle.
E la gente si chiederebbe perché si va di recessione in recessione, perché ci vuole tanto tempo per uscirne; arrivando al punto che, dopo qualche anno, la recessione diventa depressione. Una che potrebbe non finire più.”

Richard Heinberg, in The End of Suburbia.

Petrolio “esaurito” nel 2014? Mai quanto noi…

…esauriti dal pressappochismo.

Questo significa che, data la domanda attuale, le riserve potrebbero esaurirsi nel 2014.”

Ovviamente le cose non stanno esattamente così. Ma volete stare a guardare il capello?

(mi sa che chi ha scritto quel pezzo è il primo a non crederci; un apprendista della scuola di Giacobbo)

Io mi aspetto già qualcuno che tra due o tre anni snocciolerà il rosario: “Mavalà, anche nel 2010 dicevano che saremmo rimasti senza petrolio, e invece…” (no, non so a che prezzo sarà il petrolio fra 4 anni, 7 anni fa era a 20 dollari al barile e dire solo il doppio sembrava di bestemmiare).

È così che nascono leggende del calibro “Negli anni ’70 prevedevano una nuova era glaciale, altro che riscaldamento”.

(Via Cristiano)

Coperture

Sarebbe in qualche modo positivo che se a un diabetico viene il cancro, almeno gli passa il diabete.

Ma non mi risulta che funzioni così.

Io non suppongo; io sono sicuro di quanto dice Debora: ossia che se non ci fosse dietro un problema di risorse energetiche, col cavolo che sentiremmo parlare tanto di clima e di riduzione del consumo di combustibili fossili.

Ma da qui a dimostrare che il problema del riscaldamento globale è sopravvalutato, ancora ne passa.