Diversamente abili

Il destino dell’espressione “diversamente abile” non è ancora irreparabilmente segnato, ma non ci sono grandi segni che inducano a sperare.
Se tutto va com’è andato finora, la locuzione sarà consegnata alla storia come l’ennesimo eufemismo a perdere.
Peccato, perché sarebbe (e siamo ancora in tempo) un’ottima occasione per riflettere, mentre si parla, sui valori e sul valore che attribuiamo alle persone; includendo ovviamente noi stessi.
Io ritengo che l’errore principale in proposito sia pretendere di usare “diversamente abile” al posto di “disabile” in ogni occasione, condannandolo al logorio e all’obsolescenza.

Premetto che io non sono contrario di per sé agli eufemismi, e racconterò un esempio, in modo da chiarire al meglio la specificità dell’espressione in oggetto.

Parecchi anni or sono mi è successo di fare da assistente personale, per qualche giorno, a un fisioterapista che aveva perso la vista da giovane.
La prima cosa che mise in chiaro fu che non voleva essere chiamato cieco, mostrandomi varie accezioni negative del termine nell’uso comune e soprattutto raccontando la sua esperienza in istituto, dove assieme agli altri non vedenti veniva fustigato moralmente. Se lui e i compagni erano ciechi doveva essere per forza a causa dei peccati loro o dei loro genitori.
Quindi no, grazie, fate la fatica di usare un’espressione più lunga, se non altro per dimostrare che avete capito.

È stata per me una esperienza illuminante, perché per formazione non avevo ancora realizzato che, oltre ai disagi materiali, i disabili hanno sempre dovuto affrontare un grande ostacolo sociale e civile: lo stigma.

Da allora ho un rapporto ambivalente con questo genere di eufemismi. Da una parte li considero delle ipocrisie, perché il male è nell’occhio di chi guarda e nella semantica di chi parla. Dall’altra, conosco una regola di fondo della comunicazione: non si può controllare il valore che il ricevente dà alle parole; bisogna solo tenerne conto e regolare il proprio output di conseguenza. Quindi è importante avere sensibilità mentre ci si esprime.

Parentesi: questa ambivalenza riflette una analoga condizione materiale del disabile, al quale deve essere contemporaneamente riconosciuta uguaglianza coi “normali” nella dignità, ma differenza di esigenze pratiche, senza il cui supporto il disabile può soffrire handicap di varia gravità nella vita quotidiana e sociale. Talvolta questa tensione è problematica in sé.

Per cui sì, sono abbastanza d’accordo con George Carlin quando denuncia il dilagare delirante degli eufemismi politically correct, ma credo che sia da prendere con la cautela di chi sa di dover guardare, ogni tanto, dentro la propria ipocrisia; non è certo un manuale per partire in quarta e offendere la gente.

Tutto questo comunque sapendo che alla fine gli eufemismi si logorano, e tocca sempre rilanciare. La vera battaglia si gioca sul campo di ciò che abbiamo in testa.

Vengo a “diversamente abile”.
Io credo che sia una immagine potente e liberatoria. 
Lo è per chiunque.

Siamo tutti potenzialmente disabili: la disabilità è una condizione per lo più oggettiva, ma almeno inizialmente non è sostanziale alla persona; viene piuttosto definita dalle esigenze del contesto. Penso ad esempio cosa vorrebbe dire per molti non avere la patente, o cosa significa non conoscere la lingua del paese in cui ti trovi.

Così come in fondo siamo tutti disabili, siamo anche tutti diversamente abili: guardarsi per valorizzare quanto sappiamo fare, invece che catalogarci stupidamente per ciò che non è alla nostra portata, è un esercizio utile a ciascuno. Se essere “normali” ci sottrae a questa occasione di pensiero, in fin dei conti è un handicap. Neanche tanto paradossalmente.

Quindi impieghiamo “diversamente abile” come un vestito della festa, nei contesti in cui è più efficace e significativo.

Per due motivi.

Il primo è che il termine “disabile” è migliore e più onesto, quando si tratta di ricordare e tenere presenti le esigenze di chi ha un handicap. Se un ingegnere in sedia a rotelle deve andare in anagrafe e l’ufficio non ha ascensore, rampa o servizi online, non se ne fa nulla di essere il più grande esperto mondiale di impianti antincendio. In quel momento egli è un disabile, nel senso più tecnico del termine.

Al secondo ho già accennato. Sono ormai anni che fioriscono varianti umoristiche come “diversamente giovani”, “diversamente belli” e “diversamente onesti”. 
Divertiamoci pure, ma io credo che questa moda sia frutto dell’abuso dell’espressione e ci porti, alla fine, a irriderla e svuotarla.

Non guastiamo questa bella occasione: usiamo “diversamente abile” e “disabile” (o equivalenti) nel modo più opportuno.